A proposito di The Witch

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Scritto da Eva Cabras (fonte immagine: cameralook.it)

New England, 1630. Una famiglia di pellegrini arrivati dall’Inghilterra viene cacciata dalla propria congrega per l’arrogante smania di superiorità del padre. Prendere possesso della nuova fattoria, ai margini di un antico bosco, si rivelerà un’infausta impresa.

William e Katherine sono una coppia di pellegrini inglesi trasferitisi nel New England per colonizzare il nuovo mondo all’insegna del cattolicesimo più rigoroso. Non contento delle guide spirituali prescelte, William si ribella e finisce per scegliere l’esilio per sé, la moglie e i loro cinque figli. “The Witch” si apre, quindi, con un parallelismo biblico già indicativo e intrigante: il capofamiglia, come un nuovo Adamo, pecca di superbia e viene cacciato dal Paradiso. Nel suo personale viaggio verso la santità, il gruppo si rifugia ai margini di un antico e inesplorato bosco, dove sorge una modesta fattoria disabitata. Dopo un brevissimo lasso di tempo, il più giovane dei figli della coppia scompare nel nulla, gettando le fondamenta per quello che sarà un vero e proprio collasso del nucleo familiare. Il regista Robert Eggers, alla sua prima prova con il lungometraggio, sceglie di mostrarci sin dal principio la sorgente primaria dell’orrore, incarnata nell’anziana strega che sacrifica il neonato nel corso di un sanguinario rituale. Unica testimone della scomparsa del piccolo è Thomasin, la figlia più grande, coinvolta poco dopo anche nell’incidente del primogenito Caleb, che inizia a manifestare inappropriato interesse verso la sorella, vero motore narrativo ed emozionale del film.

In seguito alla morte di Caleb, ennesima analogia biblica con la strage degli innocenti, i membri della famiglia cominciano a guardare con sospetto alla diafana Thomasin, che finisce per accollarsi ingiustamente la serie di malefici inflitti ai protagonisti. Uno dei maggiori punti di forza di “The Witch” sta nella compresenza tematica di superstizione e horror classico. Se da una parte il disfacimento del nido è da imputarsi alla psicosi tipica della successiva caccia alle streghe, dall’altra abbiamo le megere direttamente davanti agli occhi, in un gioco di rimandi continui tra libero arbitrio e forze sovraumane. Se durante la maggior parte della pellicola permane un alone di ambiguità riguardo alla vera natura delle donne del bosco, nel finale esplode senza remore la sua anima più oscura e mistica. Il velo cade, come i vestiti di Thomasin e la sua asessuata ingenuità, mentre dalle tenebre emerge finalmente ciò che avevamo soltanto immaginato. La voce del Demonio si palesa e attrae la ragazza nelle profondità della foresta, dove il film si conclude in un potentissimo e animalesco sabbah.

L’appartenenza della famiglia alla corrente più fondamentalista del cristianesimo del XVII secolo gioca in “The Witch” un ruolo fondamentale, lontano dal mero opportunismo narrativo. Il film fa leva, infatti, sulla più classica delle dicotomie cattoliche, per cui Dio fa della propria passività una prova di fede, mentre il Diavolo utilizza la manifestazione come strumento principe per l’insinuazione del dubbio. Il Male si offre al fedele come pura azione e immediata ricompensa, mentre il Bene fatica nel rendersi attraente con la propria promessa di vita eterna ultraterrena. Tra i richiami più immediati del film, oltre ai testi sacri, c’è anche l’immaginario visivo e concettuale delle fiabe. Prima su tutte troviamo Hansel e Gretel, citata innanzitutto con l’ambientazione boschiva, dove proprio fratello e sorella si imbatteranno nella strega cattiva, per altro vestita con un purpureo mantello che ricorda Cappuccetto Rosso (o la misteriosa Sacerdotessa Rossa di “Game of Thrones”).

Il tessuto di citazioni e di concettualizzazioni di “The Witch” ne fa un horror molto particolare, giocato più sulla psicologia dei personaggi che sullo spargimento di sangue, comunque presente in quantità deliziosa. A dare potenza e spessore al certosino lavoro di sceneggiatura è, però, la maestria tecnica. Grandissima regina del film è la fotografia, che fa un uso quasi documentaristico della luce naturale, plumbea e impietosa, che va a braccetto con l’altrettanto ottimo lavoro di ricostruzione fatto con abiti e scenografie. Si mantengono minimali e suggestive anche le musiche, lontane anni luce dalla prassi del colpo d’audio invasivo tanto in voga nelle pellicole di suspance. Il lavoro di Robert Eggers si guadagna, quindi, un posto d’onore nella produzione di genere degli ultimi anni, grazie a una perla d’inquietudine elegante e sofisticata, visivamente quanto antropologicamente complessa. In Italia manca ancora una data di distribuzione, ma per la visione è consigliata caldamente la lingua originale, dove l’accento ha un fascino particolare e dove si può apprezzare a pieno il lavoro filologico dell’autore, andato a pescare parte dei dialoghi direttamente da diari personali dell’epoca.

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