Vivere e morire a Los Angeles

To Live and Die in L.A.– USA,  1985– di William Friedkin – Azione/Thriller/Poliziesco–116′ –

Scritto da Carlo Danieli (fonte immagine:MyMovies)

All’agente federale Richard Chance uccidono il collega e fraterno amico Hart che, a due giorni dalla pensione, va a ficcare il naso nella tana di un pericolosissimo falsario, Eric Masters. Nel disperato tentativo di vendicarsi, Chance le prova tutte, prima con le buone, poi decisamente con le cattive, fino allo sconfinamento nell’illegalità, trascinando con lui negli inferi il nuovo collega che gli è stato affiancato. To Live and Die in L.A., vivere e morire, perciò nessuna possibilità di scelta. Nel cinema di Friedkin infatti non c’è alternativa, la scelta è negata ontologicamente, perché entrambe le azioni (vivere e morire) non sono scelte dell’individuo, ma situazioni deterministiche, in cui la volontà dell’individuo è annullata, conta solo ed esclusivamente una cosa: trovarsi al posto giusto nel momento giusto (per vivere) e trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato (per morire). La pellicola di William Friedkin è tra i più taglienti e convulsi polizieschi degli anni Ottanta, realizzato dal regista che aveva ridisegnato il genere negli anni Settanta con Il braccio violento della legge. Come allora protagonisti sono due poliziotti il cui impegno fisico e mentale contro il crimine, che si trasforma dalla lotta alla droga alla lotta ai falsari, li porta oltre ogni possibile confine tra bene e male e, di conseguenza, vicino all’autodistruzione a alla rovina.

Diceva Howard Hawks che un regista fa grandi film quando è in grado di girare buoni inseguimenti: Friedkin ne è il maestro più grande e quello in macchina di Vivere e morire a Los Angeles, per montaggio, scenografie e soprattutto soluzioni inedite di ripresa che alternano tagli velocissimi a impossibili soggettive, riesce a dire qualcosa di nuovo ma sopratutto riesce ad emozionare come pochi. Ma tutto il film è emozione, adrenalina allo stato puro, senza dimenticare importantissime riflessioni sui temi cari a Friedkin, il bene e il male su tutti. Ciò che arriva come un pugno allo spettatore è una nerissima riflessione sulla relatività di legge e crimine, sull’impulso all’azione fisica e violenta quanto sul culto della forma e del benessere che convivono nella Città degli Angeli come in tante altre città contemporanee.La trama è giocata sulla contrapposizione tra i due protagonisti, Richard Chance (William Petersen) ed Eric Masters (Willem Dafoe): il poliziotto e il criminale. Come sempre Friedkin destruttura i ruoli, presentandoci due figure, opposte sulla carta, ma in fin dei conti simili, sopratutto per come gestiscono i rapporti personali, deprivati di ogni sentimento e gratuità e animati solo dalla necessità e dalla convenienza.

Così è il rapporto tra Richard e Ruth, cioè quello tra un poliziotto e la sua informatrice/amante e così è quello tra Eric e Bianca Torres, il falsario e l’amante. Tutto è guidato dalla logica dell’egoismo personale, che domina i rapporti umani: non solo una critica agli ’80, gli anni della dissoluzione e del divertimento, che hanno rappresentato, al cinema come nella realtà, il recupero di una voglia di evasione e avventura, ma una più profonda analisi della natura umana, di per sé sempre in tensione verso la realizzazione del proprio io a a qualunque costo, perdendo di vista il bene con la a maiuscola, ammesso che esista. Uscire da questa logica per Friedkin è impossibile, le che vite nascono dannate, sono destinate agli inferi senza possibilità di redenzione. Non si possono concepire gli anni ’80 del cinema internazionale senza Vivere e morire a L.A.: un film insomma fondamentale per come sa ridisegnare un genere già saturo, attraverso con una lezione che solo pochi, tra cui il talentuoso Michael Mann, sapranno portare avanti. Friedkin ammalia con mestiere e conduce lo spettatore in un gioco infernale che si conclude con tragico, indimenticabile, nerissimo finale. Ma ciò che rimane non è la trama, seppur indimenticabile, ma il disegno d’un intero mondo in corsa vertiginosa verso l’annullamento.

Voto: 9

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