A proposito di Millennium – Uomini che odiano le donne

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Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine: sentieriselvaggi.it)

Licenziatosi dal mensile economico Millennium dopo lo scandalo Wenneström, il giornalista d’assalto Mikael Blomkvist (Daniel Craig) viene assunto dall’industriale Henrik Vanger (Christopher Plummer) per indagare sul presunto omicidio della nipote Harriet, scomparsa quarant’anni prima dall’isola di Hedestad durante la Giornata dei Bambini. Affiancato nelle sue ricerche dall’hacker Lisbeth Salander (Rooney Mara), Blomkvist riesumerà i segreti più oscuri della famiglia Vanger, rischiando di restarne invischiato.

Con i suoi centosessanta minuti scarsi, l’adattamento americano di Uomini che odiano le donne firmato dal premio Oscar Steve Zaillian supera abbondantemente le canoniche due ore “fieldiane”, nel tentativo (riuscito) di comprimere per il grande schermo la mole gargantuesca degli scritti di Stieg Larsson (più di duemila pagine solo per la trilogia Millennium). A David Fincher, però, sono sufficienti soltanto centosessanta secondi per confermare il proprio genio.

Gli strepitosi opening credits della sua pellicola numero nove costituiscono infatti, già di per sé, un piccolo capolavoro e rendono ragione della sinergia pressoché perfetta che Fincher e i suoi collaboratori artistici avevano saputo raggiungere con The Social Network soltanto un anno fa. La versione sintetizzata di Immigrant Song dei Led Zeppelin si innesta su immagini liquide e disturbanti, gravide dei simbolismi violenti districati nel corso del film, e l’orchestrazione dei valori visivi e sonori è così potentemente calibrata da incollare lo sguardo.

I titoli di testa offrono dunque uno straordinario assaggio del lavoro di concerto operato da Fincher e dai suoi fedelissimi – Jeff Cronenweth alla fotografia, Kirk Baxter e Angus Wall al montaggio, Trent Reznor e Atticus Ross (così amabilmente paraculi da farsi addirittura citare in una delle sequenze iniziali) alle musiche – catapultando lo spettatore nelle atmosfere torbide di uno dei casi letterari più avvincenti degli ultimi anni.

Adattandosi all’abitudine americana – raramente encomiabile – di prendere un successo europeo, farlo proprio e risputarlo sul mercato in abito a stelle e strisce, Fincher trova invece nel primo romanzo della trilogia di Larsson un materiale più che mai congeniale alla propria visione registica. Attratto fin dagli esordi dagli anfratti oscuri del thriller, dalle realtà sdoppiate e sospese del neo-noir, l’autore di Seven riesce allora nella non facile impresa di rendere giustizia all’opera di Larsson, trascendendone la complessità socio-politica per ricavarne un film di genere assolutamente (o quasi) impeccabile.

Le corpose argomentazioni “tecniche” contenute nel romanzo – volte a spiegare al lettore la natura dell’impeachment economico in cui Blomkvist si trova volontariamente coinvolto – vengono accantonate a favore di alcuni brevi cenni sufficientemente chiarificatori, e lo script di Zaillian, asciutto entro i limiti del possibile, cerca piuttosto di evidenziare la linea decisa del thriller, sacrificando per ovvie ragioni “mediali” i massicci riferimenti socio-culturali presenti nel romanzo. Gli interessi di Larsson – di cui Blomk- vist è alter ego palese – verso la lotta al totalitarismo ideologico e alle sue derive neo-naziste nella civilissima Svezia (denunciate all’epoca sulla rivista EXPO) si limitano, anche qui, a qualche sporadico accenno, mentre al tema portante della trilogia – la violenza sulle donne – viene dedicata buona parte dell’attenzione.

E non è casuale che il titolo del remake statunitense si allontani dall’originale Män som hatar kvinnor (Uomini che odiano le donne, appunto) per conservare l’inglese The Girl with the Dragon Tattoo, esplicitando così l’interesse quasi esclusivo per la figura enigmatica di Lisbeth Salander.

Come nella versione diretta nel 2009 da Niels Arden Oplev, così in quella di Fincher è al personaggio di Lisbeth – uno dei più affascinanti che la letteratura thrilleristica abbia mai partorito – che si deve il potere attrattivo del film. Elevata da Fincher a giovanissima musa conturbante, Rooney Mara non solo ottiene con il ruolo della cyber-punk bisessuale e antisociale la propria vendetta su Jesse Eisenberg/Mark Zuckerberg ma anche una meritata candidatura all’Oscar, riconoscimento di un’interpretazione che ha più la forma della metamorfosi.

Pur senza dimenticare la performance straordinaria di Noomi Rapace nella trilogia cinematografica svedese, Rooney Mara offre di Lisbeth un ritratto emotivamente e fisicamente proprio, sostituendo alla corporeità quasi mascolina della Rapace un’androginia insieme fragile e nervosa, quasi aliena, e uno stile dark più casual ma altrettanto efficace. Su di lei Fincher indugia con interesse antropologico, senza risparmiarle la fatica dello scontro fisico (la sequenza dello “scippo” in metropolitana) e dell’insostenibile violenza sessuale: tutte prove alle quali Mara si sottopone con sorprendente capacità di adattamento, senza lasciarsi intimidire dalla forza iconica del proprio personaggio.

Al suo fianco, Daniel Craig è un Mikael Blomkvist più che credibile, aiutato nella caratterizzazione dalla naturale freddezza dello sguardo e da una recitazione vibrante anche se espressivamente trattenuta. La coppia Blomkvist-Salander trova dunque i suoi corrispettivi più azzeccati anche nella versione americana ed è proprio nelle scelte di casting che si può ricercare una delle ragioni del suo successo. Al senso di straniamento generato dallo scollamento tra la geografia delle usanze e dei luoghi (il film è girato quasi interamente in Svezia) e la lingua parlata dai personaggi, Fincher cerca infatti di ovviare servendosi di un cast internazionale d’altissimo livello che, laddove non si esprime con accento britannico, adotta un inglese spurio, a tratti stentato, come la dizione di Rooney Mara e di Robin Penn (appropriata per il ruolo di Erika Berger).

Il risultato si affida così all’elasticità mentale dello spettatore, determinato a prestar fede anche a ciò che non corrisponde esattamente a realtà. Per ricompensarlo della fiducia, Fincher omaggia il pubblico con un’opera dall’intelaiatura visiva minacciosa ma avvolgente, nella quale recupera gli stilemi che più gli sono cari. Come per Fight Club e The Social Network la modernità tecnologica del reale assume un rilievo centrale: le potenzialità cibernetiche aggiornate al 2012 (a sette anni di distanza dalla pubblicazio- ne del romanzo) vengono in soccorso alle indagini di Blomkvist (e la Apple, product placement permettendo, ringrazia), affiancandosi ad una ricerca “teologica” che si affida alle pagine della Bibbia per spiegare la natura dell’orrore e della violenza del maschio – “sadico, porco e stupratore” – sulla donna.

Potenziata dalle musiche di Reznor e Ross, gravi e rarefatte al limite del rumore cageano, la fotografia cupa e a tratti acida di Cronenweth – i cui toni freddi vengono accentuati dalla geometria pulita e minimale degli spazi e delle architetture nordiche – realizza la cornice espressiva più adatta entro cui collocare l’enigma spietato al quale sia Lisbeth che Blomkvist non possono sottrarsi. Baxter e Wall completano il quadro replicando con meno estro il lavoro da Oscar di The Social Network e sviluppando le linee narrative dei due protagonisti su binari di montaggio inizialmente paralleli ma infine deviati per riuscire ad incontrarsi (e scontrarsi).

Rispetto al precedente svedese, il film di Fincher si avvale di flash-back ed elementi di repertorio fotografico che tarpano le ali all’orrore crudo degli omicidi seriali, preferendo focalizzarsi sulla violenza del presente (la vendetta sull’avvocato Bjurman, la tentata esecuzione di Blomkvist). Così concepito e asciugato, il thriller desunto dal romanzo di Larsson è certamente poco originale e reso prevedibile dalle conoscenze pregresse dello spettatore-lettore o dello spettatore di “seconda visione”, ed è probabilmente questo l’unico appunto che si potrebbe azzardare.

Uno sguardo vergine, non viziato da informazioni precedentemente assimilate, avrebbe forse modo di apprezzare l’efficacia dell’intreccio al di sopra, o al pari, della sua intensità visiva, ma per coloro che non godono di tale privilegio il film di Fincher resta in ogni caso un gioiello di genere, una perla rara in termini espressivi, che nulla toglie alla consapevolezza di un regista maniacale ma spaventosamente sicuro di sé. E che, si spera, non abbia voglia di fermarsi qui: la trilogia attende di essere completata.

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