Il lato positivo

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Silver Linings Playbook – Stati Uniti 2012 – di David O. Russell

Commedia/Drammatico/Romantico – 122′

Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine: imdb.com)

Dopo otto mesi di ricovero in un istituto psichiatrico di Baltimora, Pat Solatano (Bradley Cooper) viene riportato a Philadelphia dai genitori. Il suo unico desiderio è rivedere la moglie Nikki, di cui ancora follemente innamorato, e pur di riconquistarla Pat è disposto a diventare un uomo nuovo, ad abbracciare il lato positivo della vita. L’incontro con Tiffany (Jennifer Lawrence), una giovane donna dagli analoghi trascorsi psichiatrici, cambierà i suoi progetti.

Considerate le reali chance di successo del meraviglioso Beasts of the Southern Wild – se non altro supportato da una delle tifoserie più agguerrite ai recenti Academy Awards – Silver Linings Playbook sarebbe potuto diventare il vero caso degli Oscar 2013. Eppure, nonostante le otto nomination e le lodi sperticate della critica, David O. Russell è tornato a casa a bocca asciutta, ripetendo il parziale insuccesso già sperimentato con The Fighter solamente due anni fa.

Oggi come allora, trionfano gli attori (o meglio, l’attrice) ma non il film, e trovare la ragione si fa compito assai arduo, specialmente se il film in questione è un gioiellino con tutte le carte in regola per farcela. Liberamente tratto dall’omonimo best-seller di Matthew Quick – “un incrocio tra Nick Hornby e Forrest Gump” – il sesto lungometraggio di Russell è infatti una commedia agrodolce splendidamente diretta e interpretata, che scavalca i canoni abituali del romanticismo hollywoodiano per celebrare l’incontro tra due follie destinate ad amarsi.

Russell, anche sceneggiatore, non si limita ad aggiornare il romanzo di Quick, datato 2008, ai giorni nostri (il giocatore-totem di Pat non è più Hank Baskett ma il wide receiver dei Philadelphia Eagles DeSean Jackson), o a trasformare i Peoples in una famiglia italo-americana per assecondare le origini di Robert De Niro e dello stesso Bradley Cooper. Numerose modifiche vengono apportate all’originale letterario, andando ad incidere in modo decisivo sulla struttura dell’intreccio narrativo.

Ciò che nell’opera di Quick era concepito come un racconto per svelamento, determinato dal lento e faticoso riaffiorare dei ricordi nella mente disturbata del protagonista, nel film di Russell viene rapidamente liquidato durante la prima seduta psicanalitica di Pat con il ben poco ortodosso dottor Cliff Patel (Anupam Kher). In questo modo, Russell ha modo di concentrarsi su ciò che, nella sua interpretazione del romanzo di partenza, co- stituisce il nucleo portante della storia: la relazione tra Pat e Tiffany, ovvero le conseguenze dell’amore quando il sentimento non rende pazzi ma, paradossalmente, i pazzi li fa guarire.

Il ricorso insistito alla reiterazione per tradurre su carta il carattere ossessivo-compulsivo dei ragionamenti e dei comportamenti di Pat (l’ossessione per la moglie, l’attività fisica, la lettura) viene mantenuto nel film in misura più contenuta, a favore di un personaggio che conserva i tratti infantili e ostinati del suo corrispettivo letterario, ma al tempo stesso sembra rivelare una maggiore consapevolezza di sé e delle specifiche del proprio disturbo.

Il reinserimento di Pat all’interno della società “civilizzata “, ma non per questo “normalizzata” (il clan Solatano non si può certo definire equilibrato), avviene in modo meno traumatico di quanto il romanzo di Quick lasci presagire, e il rapporto tra padre e figlio – caratterizzato nell’originale da una quasi totale assenza della figura paterna, chiusa in un ostinato rifiuto della malattia – viene ampliato anche in previsione della performance di De Niro (candidato come miglior attore non protagonista), e a parziale discapito del ruolo di Jackie Weaver (comunque beneficiata di una nomination, dopo l’Oscar mancato nel 2011 con Animal Kingdom).

Il rituale karmico del tifo sportivo – onnipresente nel romanzo – viene anch’esso rivisitato e quasi ribaltato, diventando lo strumento privilegiato di Pat Senior per convincere il figlio a passare più tempo con lui (un sogno pressoché irrealizzabile per il Pat Peoples letterario), sacrificando di conseguenza il personaggio del fratello Jake (Shea Whigham), praticamente un cameo. Ma per quanto le concessioni di Russell possano apparire azzardate, e talvolta poco efficaci (si perde il gusto della suspense e il morboso attaccamento di Pat alla figura della moglie Nikki viene risolto troppo facilmente), la predilezione per lo sviluppo dell’atipica relazione sentimentale tra i due protagonisti riesce tuttavia ad imprimere al film la spinta propulsiva che ne garantisce il successo.

Molto è dovuto, come già in The Fighter, alle ottime performance offerte dal cast, oltre che alla sapienza registica di Russell, e in particolare all’effetto-sorpresa garantito dal protagonista maschile del film. La recente trasformazione di Bradley Cooper da belloccio insipido, rassegnato a rom-com standardizzate (La verità è che non le piaci abbastanza, Appuntamento con l’amore) e buddy movies testosteronici (A-Team, The Hangover), in attore con potenziale lascia piacevolmente stupiti, e la sua presenza nella cinquina dei migliori attori protagonisti agli 85esimi Academy Awards è più che meritata.

Tuttavia, la rivelazione-Cooper viene presto adombrata dall’interpretazione a dir poco strepitosa della giovanissima Jennifer Lawrence, che a soli ventidue anni e due nomination (la prima due anni fa con Un gelido inverno) riesce a conquistare la sua prima statuetta con annesso scivolone.

Nel ruolo della ninfomane bipolare Tiffany, la Lawrence dà infatti il meglio (cioè il peggio) di sé, sottoponendosi a esilaranti scene di pazzia da tavola calda ed estenuanti prove di danza con la coreografa Mandy Moore, per realizzare lo splendido (e a tratti imbarazzante) numero di ballo con cui Russell sigla il momento probabilmente più memorabile dell’intera pellicola.

Complice una colonna sonora sorniona e azzecatissima (con riciclo di pezzi evergreen dai Led Zeppelin a Bob Dylan passando per ”My Cherie Amour” di Stevie Wonder, canzone-tormento del povero Pat), Russell dimostra di saper dirigere il minuetto d’amor fou (in senso letterale ) tra Tiffany e Pat con la stessa scioltezza con cui aveva coreografato le esibizioni pugilistiche di Mickey Ward in The Fighter – film che intrattiene, tra l’altro, con Silver Linings un analogo interesse nell’indagare e rappresentare dinamiche familiari disfunzionali.

Se non fosse per la sottile follia istituzionalizzata che pervade i due protagonisti, collocandoli in una sorta di limbo sociale in cui tutto, o quasi, è permesso (perfino defenestrare il malcapitato Hemingway), la storia raccontata da Russell nella forma scelta per lo schermo non avrebbe poi molto di speciale. Pat e Tiffany non sono certo i primi freaks cinematografici ad amarsi, né saranno gli ultimi, ma la loro maldestra traiettoria sentimentale schiaffeggia la scontatezza hollywoodiana degli amori preconfezionati e banalmente “normali”, sempre ammesso che tale aggettivo abbia ancora un qualche significato.

E se pure la vita non è un film, come piacerebbe credere a Pat, è proprio nelle sue imperfezioni, nelle sue piccole e grandi manie (siano esse ossessivo-compulsive o semplicemente scaramantiche) che Russell vuole insegnarci a trovare il lato positivo della vita: quell’orlo argenteo che nella saggezza proverbiale inglese è lo spiraglio di luce che filtra tra le nuvole, il bagliore di speranza che illumina una situazione disperata, e che per il regista è il bacio appassionato colto in vertiginosa carrellata all’indietro. “Every cloud has a silver lining”.

Voto: 8

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