C’ era una volta in America

Once Upon a Time in America, USA, Italia,  1984– di Sergio Leone  – Drammatico/Gangster– 229′ ( 139 min versione ridotta statunitense-251 min versione estesa)

Scritto da Cristina Coccia (fonte immagine:LoSpettacolo.it)

Nella New York degli Anni ’20, una banda di ragazzini, formata da Max, Noodles, Patsy, Cockeye e Dominic, inizia a compiere i primi furtarelli e le prime estorsioni nel quartiere ebreo. Con il passare del tempo, i ragazzi crescono e i loro affari s’ingrandiscono. Poi, nel 1933, Noodles avverte la polizia per salvare la vita a Max, che sta organizzando un colpo irrealizzabile ed eccessivamente pericoloso. Qualcosa va storto, alcuni di loro muoiono e, tra questi, probabilmente, anche Max. Nel 1968, Noodles, che ha trascorso trentacinque anni fuori, torna in città, perché invitato ad un ricevimento dal misterioso Senatore Bailey… La storia dell’amicizia tra Noodles e Max s’intreccia con la relazione tra Noodles e Deborah, nata nel 1923 e troncata sia nel 1933 che nel 1968. Il tempo non può scalfire: in questa frase (che Noodles legge dalla locandina di Antonio e Cleopatra nel camerino di Deborah) potremmo racchiudere il senso dell’intera pellicola. Leone è il “regista del Tempo”, è un artista che cerca perennemente di comprenderlo, di giocarci, di cristallizzarlo e di portarlo, impalpabilmente, all’attenzione degli spettatori. C’era una volta in America è il suo ultimo lavoro ed è un criptico viaggio alla ricerca di un tempo perduto, che scorre nella vita e soprattutto nella memoria dei suoi protagonisti, nostalgicamente, creando una sospensione dalla realtà e dalla finzione cinematografica stessa.

È un’opera analizzabile su più piani, un racconto che, nel suo tentativo di scorrere linearmente, s’interrompe a causa dell’invasione, nella trama, dei ricordi, che frantumano ogni certezza, che decretano la fine del Tempo, inteso come concetto assoluto. Nella struttura di C’era una volta in America, c’è una complessa operazione spazio-temporale che merita di essere approfondita, considerando il Tempo un vero e proprio protagonista della storia. Il Tempo e lo Spazio sono le due componenti principali del cinema e tutti i registi, ogni volta che decidono cosa deve includere un’inquadratura, compiono una scelta personale e creano un collegamento spazio-temporale con le immagini successive alla suddetta inquadratura. C’è un tipo di montaggio invisibile e uno evidenziato, che invece porta lo spettatore a rendersi conto dei cambiamenti che avvengono nella visione. Leone rende gli sbalzi temporali visibili, donando ai tagli una connotazione onirica e irreale che, tuttavia, non appesantisce il fluire delle immagini. Le sue cesure, e il suo decoupage in generale, evidenziano il valore simbolico del Tempo e contribuiscono a lasciare una testimonianza della sua riflessione acuta sul Tempo cinematografico e sul Tempo reale, che si estende, infine, ad una valutazione della differenza tra finzione e realtà.

La narrazione copre un arco temporale di quarantacinque anni, suddiviso in due blocchi, delimitati a loro volta da tre date fondamentali: 1923-1933-1968. Rispetto al 1968, il 1933 e il 1923 sono dei flashback, mentre, rispetto al 1933, il 1968 è un flash-forward. Tra gli episodi narrati si crea un rapporto causa-effetto che fa in modo da condensare l’azione, riducendo il racconto ai suoi punti cardine e sopprimendo i cosiddetti tempi morti, con la tecnica dell’ellissi. Talvolta, però, si crea un rapporto più forte tra due immagini che si sovrappongono con una dissolvenza, la quale ci fa recepire maggiormente la contrazione del racconto. Ad esempio, c’è una dissolvenza incrociata già nella prima sequenza, quando Noodles è nel teatro cinese e c’è un passaggio alla scena successiva, introdotta dallo squillo del telefono. Questo è il primo flashback. Ma il vero viaggio di Noodles nella memoria, alla ricerca del tempo perduto, inizia nel 1968, nel locale di Fat Moe, il fratello di Deborah, amico d’infanzia di tutti i ragazzi della banda. C’è un passaggio temporale quando Noodles guarda dallo spioncino del gabinetto e inizia la musica del Tema di Deborah, poi Moe gli chiede: “Che hai fatto in tutti questi anni, Noodles?” E lui, appendendo il cappotto, risponde: “Sono andato a letto presto”. In questo modo, viene ribadito il fatto che gli anni trascorsi lontano da New York non hanno avuto peso, ma soprattutto viene introdotto il Tempo del ricordo, l’unico che Noodles riesca a vivere.

Il suo viso invecchiato è assente e il regista lo contrappone all’immagine della foto di Deborah; inizia la musica evocativa che lo riporta nel passato e la macchina da presa precede i movimenti del protagonista, poi segue il suo sguardo, per ritrovarlo infine in un intenso e struggente primo piano, in cui l’occhio della cinepresa sembra riunire, per un istante, passato e presente, come se fosse una Porta del Tempo che ricongiunge ciò che sembrava
diviso per sempre. Però, se Noodles (De Niro nel ruolo della sua vita) è il simbolo della memoria, Max (un meraviglioso James Woods) è la chiave per accedere al futuro, è il personaggio vincente, quello destinato al successo e che sarà la soluzione di un enigma, nel 1968. Noodles è una sua vittima, ma, metaforicamente, è anche una vittima del Tempo e la sensazione che tutti, anche coloro che apparentemente hanno avuto successo, nella finzione come nella realtà, siano vittime del Tempo, è evidente nella scena nello studio di Max, con Yesterday in sottofondo e i volti dei due protagonisti invecchiati e segnati dai ricordi e dagli sterili rancori che ancora si portano dietro. (Alla fine, Max, infatti, dirà a Noodles: “Ti ho lasciato solo 35 anni di rimorso. Per la mia morte. Rimorso sprecato”. E poi, quando Noodles si rifiuterà di accontentarlo, gli chiederà: “È il tuo modo di vendicarti?” E lui risponderà alla provocazione dicendo: “No. È solo il mio modo di vedere le cose”. ) Noodles è l’alter ego di Leone e
il “suo” modo di vedere le cose è la rappresentazione della visione cinematografica del regista, della “sua” riflessione sulla storia del cinema, sull’immagine controversa dell’America mitizzata dalla sua generazione e soprattutto sul delicato equilibrio che, negli artisti, si crea tra la finzione e la vita reale.

Ne Il grande Gatsby, un libro che ha profondamente ispirato Leone, Fitzgerald scrive, riferendosi a Daisy: “Se non ci fosse la nebbia, si vedrebbe la tua casa al di là della baia”. Allo stesso modo, nell’ultima scena, in cui la cinepresa si ferma sul volto di De Niro, sul suo sorriso che s’impone con forza, tutto è filtrato dai fumi dell’oppio, da un velo che si dispone tra lui e la macchina: tutto resta sospeso in un eterno presente. Sogno o allucinazione? Non è importante cosa sia davvero accaduto, l’unica certezza è quella di aver assistito ad un magnifico spettacolo di ombre che, grazie alla rappresentazione cinematografica, lottano in eterno, cercando di realizzare un sogno, muovendosi tra ricordi e immaginazione, tra speranze ed illusioni. Leone è riuscito, con questa immagine sospesa, a ricreare tutto il suo cinema e a lasciarlo per sempre ai posteri, regalandoci un capolavoro che tende a chiudersi su se stesso, in un poetico corto circuito che ci sospende tra la Vita e la Morte, beffandoci della sofferenza e lasciando che tutto, alla fine, si perda nel suo onirico enigma, felicemente e perennemente irrisolto.

Voto: 10

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Creato su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: