Closer

USA,  2004– di Mike Nichols  – Drammatico- 104′ –

Scritto da Cristina Coccia (fonte immagine:MyMovies)

Alice e Dan s’incontrano in una strada di Londra e vengono “folgorati” l’uno dall’altra. S’innamorano e vivono insieme, ma, dopo qualche anno, Dan scrive un libro e si rivolge ad Anna per farsi fare la foto di copertina. Rimane stregato da lei, ma Alice viene a scoprirlo e Anna decide di non cedere alle lusinghe di Dan. Così, per ripicca, lo scrittore inizia una conversazione in chat con il dermatologo Larry e, fingendosi Anna, gli combina un appuntamento, facendolo incontrare con lei senza dirle nulla. Inaspettatamente, i due si piacciono e il loro reciproco interesse li porterà a vivere insieme. Dan continuerà a cercare Anna, che, alla fine, deciderà di stare con lui, lasciando Larry. Anche Alice verrà lasciata, ma il dottore porterà avanti un elaborato piano per riprendersi Anna con squallidi trucchetti e colpi bassi. “Perché me l’hai detto?” “Perché non volevo mentirti!” “Perché?” “Perché ti amo.” Ecco il punto: l’amore o la verità? L’ immutabilità di una fotografia o il freddo scontro di due amanti delusi l’uno dall’altro?

Quanto conta la sincerità in un rapporto intimo? Mike Nichols crea un film tagliente e scabroso, senza una sola scena di nudo, scandaloso per i temi e per i dialoghi, ma mai per le immagini. Il sesso è importante ed è la manifestazione più brutale dell’amore, ma non per questo è la più vera. Ma abbiamo davvero bisogno della sincerità per amare? In tanti film sull’amore, non si arriva mai a dire la verità, a far provare realmente il tradimento, la tentazione, il senso di colpa e il bisogno di disfarsene, per tornare a vivere l’innamoramento come qualcosa di nuovo, puro e ideale. Due coppie nate da colpi di fulmine, Dan ed Alice e Larry ed Anna, portano avanti due rapporti nati da sguardi ed attimi fugaci, trovandosi coinvolti in inganni e confessioni, gelosie, bugie ed illusioni che s’infrangono contro la cruda realtà della natura umana. “Chi ama a prima vista tradisce ad ogni sguardo” e questo implica che, prima o poi, in un modo o nell’altro, tutti tradiscono tutti, e lo confessano nei modi più brutali, o mentono per andare avanti. Sembra che la felicità si basi unicamente su menzogne o verità che si celano dietro le apparenze: tutto appare rassicurante e bello come una fotografia, ma la realtà è ben altra cosa.

Nella realtà non c’è niente di sicuro, niente di confortante e piacevole come l’innamoramento. L’amore, il più delle volte, è una guerra senza regole dove ognuno cerca solo di sopravvivere. In Closer, ogni scena è uno scontro combattuto con dialoghi diretti, e spesso non c’è musica in sottofondo, per rendere le scene più concrete e vicine alla realtà. Il compito di ritrarre la bellezza, le infatuazioni, la transitorietà di pochi istanti, spetta alle foto, all’inganno delle apparenze, perché “un bell’inganno piace a tutti”. Nichols analizza, viviseziona, riesce a presentare il bello ma anche il vero, ponendoli su due piatti diversi di una bilancia: le passioni sono spietate e spesso la verità inganna più di una bugia. A cosa bisogna credere allora? Forse soltanto all’incostanza delle proprie passioni. Il regista de Il laureato non lascia scampo e riesce a mettere in scena i dettagli più intimi, più difficili da rappresentare nell’azione. Nulla è lasciato al caso e ogni inquadratura è realizzata secondo un’architettura simmetrica, essenziale, in cui, spesso, perfino gli abiti diventano indizio degli stati d’animo.

Nella complessità scenica di Closer, bisogna analizzare non soltanto la sceneggiatura, basata sulla pièce teatrale di Patrick Marber, ma anche le tattiche verbali e soprattutto la potenza fotografica delle scene, l’importanza dell’armonia visiva. Questa pellicola è stata oggetto di infuocate diatribe tra i critici: da un lato c’è che sostiene che il linguaggio sia oltremodo volgare e che la storia sia esageratamente criptica e non riesca a delineare in maniera soddisfacente i personaggi, dall’altro lato c’è invece chi esalta il brillante risultato espressivo del linguaggio fotografico dell’opera di Nichols. In effetti, pensare a questo film soltanto da un’ottica prossima ai metodi narrativi letterari, significa ridurre il cinema ad un’arte minore, ad una forma ludica d’intrattenimento che non ha possibilità di porsi allo stesso livello del teatro. Certamente non è così e Closer ne è la prova. Ci si trova di fronte a due modi diversi di vedere l’amore e il rapporto sentimentale tra uomo e donna: la realizzazione fotografica ci introduce ad una forma raffinata di erotismo visivo, plasmato su sguardi e dettagli, come percepiamo dalla prima bellissima scena in cui Dan osserva a lungo Alice, (la sua “visione”), mentre, le conversazioni, realistiche, penetranti e istintive, ci danno l’impronta di una vera e propria pornografia verbale.

Per Nichols l’intimità è un sottile confine tra queste due versioni dell’amore, un labile equilibrio che, se viene a mancare, fa cadere il rapporto in una delle due parti, sbilanciandolo irrimediabilmente. L’eros è nelle immagini, la materialità del sesso è nel linguaggio verbale, ma si ama con gli occhi o con le parole? Chiaramente con entrambi, ma sono le parole a complicare le relazioni, a rendere tutto un multiforme gioco di pensieri e accese discussioni.
La scansione del tempo è data da elementi scenici come i cambiamenti nell’arredamento degli interni, le luci, i riflessi, riportando, allegoricamente, i comportamenti dei personaggi, i loro stati d’animo e i compromessi che s’impongono. Gli esterni, girati a Londra, sono pochissimi, ma piazzati in punti strategici, per definire ancora una volta gli scontri tra i protagonisti e le loro conseguenze. Se le caratterizzazioni degli ambienti è affidata alla fotografia del sudafricano Stephen Goldblatt (che ha al suo attivo due nominations agli Oscar), quella dei personaggi poggia sulle sbalorditive interpretazioni della bella Julia Roberts (Anna), del dolce e infantile Jude Law (Dan), del sicuro e sfacciato Clive Owen (Larry), ma soprattutto della meravigliosa Natalie Portman, in uno dei suoi primi ruoli importanti, che gioca tra una raffinata sensualità e un’apparente fragilità femminile. Ancora più bella del solito!

Nichols ci porta a soffermarci sui particolari visivi, sugli occhi, sui volti e sugli sguardi (non a caso la bellissima colonna sonora ha come brano principale Blower’s Daughter di Damien Rice, che canta “I Can’t Take My Eyes Off of You”, ci guida verso l’ipotesi che ci s’innamora dei particolari, eterei, indecifrabili e che ci colpiscono come una folgorazione, come accade a Alice, che ama Dan perché si “taglia le croste dei sandwiches”. La parte più difficile viene dopo, quando tutto si complica per le interazioni con gli altri, per i ricordi, per i pensieri, per le trasformazioni che accadono nelle nostre vite e per le situazioni che non riusciamo più a controllare. Si può avere l’abilità di analizzare le dinamiche del rapporto, di stabilire le regole del gioco, oppure si può arrivare ad un punto di stallo, in cui ci si blocca perché, come direbbe Alice, “non vogliamo mentire, né possiamo dire la verità” e tutto resta irrimediabilmente compromesso. Restano delle parole, ma ormai non sappiamo cosa farcene.

Jack Kerouac, in On the road, scriveva “Ci voltammo dopo dodici passi, perché l’amore è un
duello, e ci guardammo per l’ultima volta”. Se davvero è così, anche se molti non lo capiscono perché è difficile analizzare le situazioni dall’interno, non ci resta che lasciarci travolgere dalla perfezione erotica dell’innamoramento e affidarci all’illusione di una stabilità che forse troveremo soltanto in un film, in una bella scena o in un primo piano che ossessionerà la nostra esistenza, come l’amore per una persona che non avremo mai. Il cinema è l’amore per una perfezione irraggiungibile, un ideale connubio tra parole e immagini e Nichols è riuscito non solo a capirlo, ma a rappresentarlo in modo sicuramente non perfetto ma assolutamente abbagliante, almeno quanto il sorriso della Portman e il suo “Hello, stranger!”.

Voto:8

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