I giorni del cielo

Days of Heaven, USA,  1978– di Terence Malick  – Drammatico/Sentimentale– 94′ –

Scritto da Cristina Coccia (fonte immagine:MyMovies)

È la storia di Billy ed Abby, due giovani amanti che lasciano Chicago per andare a lavorare in una piantagione in Texas. Con loro c’è anche la piccola Linda, che, dal suo punto di vista, narra e commenta le vicende dei due ragazzi, interpretando i loro stati d’animo e i loro desideri. Il proprietario della piantagione s’invaghisce della donna e Billy la spinge a sposarlo per cambiare vita. Secondo lungometraggio di Terence Malick, Premio alla Regia a Cannes nel 1979 e Oscar per la Migliore Fotografia, Days of Heaven, con i suoi delicati paesaggi che ricordano i dipinti di Jean Francoise Millet, analizza, con raffinatezza, l’ambiguità dei sentimenti umani e i contrasti che re-golano le nostre esistenze. Tre anime dannate portano avanti la loro esistenza nella cornice rurale dei paesaggi texani (riprodotti in Canada) ed esaltati dalla bellissima colonna sonora di Ennio Morricone e dalla stupenda fotografia di Nestor Almendros, uno dei prediletti di Truffaut (con cui ha girato Adèle H., Il ragazzo selvaggio, L’ultimo metrò e molti altri), che di lui diceva: “Néstor Almendros è […] consapevole di esercitare un’arte pur praticando un mestiere. Ama il cinema religiosamente e ci fa condividere la sua fede.”

Verrebbe da pensare che sia proprio questo il motivo per cui Malick si trova così in sintonia con il lavoro di questo artista: allo stesso modo, anche lui ritrae i suoi personaggi in una cornice quasi biblica, ponendoli in una dimensione di distaccata e apparente tranquillità, squarciata da episodi di violenza e di odio che rimettono in dubbio ogni previo equilibrio.
Almendros cattura la luce, la ripropone purificandola con l’acqua, la controlla rendendola a momenti limpida e diffusa, quando illumina i suoi magnifici paesaggi agresti, ma anche cupa e tormentata, quando è costretta ad infrangersi contro le nuvole, le tende, i corpi che, spesso, non riescono a rifletterla. Ne risultano tenebrose figure nere che combattono contro le loro stesse nature e passioni, in contrasto con i tessuti bianchi, con il chiarore della luna, dell’alba e delle sterminate lande di sole e grano.

Richard Gere dona una discreta tensione emotiva al personaggio di Billy, che Malick propone spesso in campo lungo, completamente in ombra, come se la luce fosse interamente assorbita dalla sua presenza. Sullo sfondo il cielo diviene sempre più rosso, infuocandosi gradualmente a contatto con l’atmosfera, fino a spegnersi in maniera definitiva, infrangendosi sulla terra. La bellezza limpida e angelica di Brooke Adams (ingenua femme fatale) è in netto contrasto con il volto malinconico e sensuale di Sam Sheperd (affascinante e colto feudatario in lotta con le sue debolezze). Nessuno è perfetto. Al mondo non c’è mai stata una persona perfetta. Ognuno di noi è mezzo diavolo e mezzo angelo. In realtà, i giorni del cielo sono proprio quelli in cui ogni uomo cerca di migliorare la propria condizione, in cui si batte per essere perfetto, in cui immagina di ampliare i propri desideri al di là dell’orizzonte, tendendosi verso un illusorio paradiso, destinato a perdersi nell’eterna lotta tra l’amore per la vita e l’odio, la prepotenza, l’ignoranza radicata nell’animo umano.

Laddove il cielo resta sempre perfetto e lontano, la terra permane nel suo stato di incertezza, di malessere, di imperfezione e noi siamo ancorati ad essa, tentiamo di liberarci, dimenandoci nelle nostre esistenze, ma senza ottenere alcun risultato. L’apparente felicità che possiamo raggiungere in una particolare fase della nostra vita è un vano fuoco destinato a spegnersi, così come i giorni del cielo sono sempre e comunque destinati a finire. Certi hanno bisogno di più di quello che hanno e altri hanno di più di quello che gli serve. La nostra condizione sulla terra è sempre infelice e in continua tensione, le trasformazioni lo dimostrano e la vera battaglia è quella che combattiamo contro noi stessi e contro le regole che governano le nostre vite. Possiamo affidarci solo alla speranza di andare incontro ad un cambiamento positivo, ma, forse, quello che davvero cerchiamo, dentro di noi, è la pace, la fine di questa inutile ed eterna lotta verso un’irraggiungibile perfezione.

Voto:7

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