Il ladro di orchidee

Adaptation, USA,  2002– di Spike Jonze  – Drammatico/Commedia/Biografico– 114′ –

Scritto da Cristina Coccia (fonte immagine:FilmTv)

I personaggi principali sono due, o tre (dipende dal livello di profondità a cui vogliamo far arrivare la nostra analisi): abbiamo Kaufman, che si riprende nel momento in cui assume l’incarico di adattare al cinema il romanzo di Susan Orlean (bellissima e inaspettatamente provocante Meryl Streep), l’autrice stessa, che a sua volta sta studiando il contrabbandiere di orchidee John Laroche (il premio Oscar Chris Cooper), e, infine, lo stesso Laroche, consapevole protagonista del romanzo e poi del film. Kaufman è in una situazione di impasse, perché non sa come iniziare la sua sceneggiatura e, ancora troppo ancorato alle sue paranoie per poter affrontare la vita fuori dalla sua mente, si trova impaludato (come i personaggi del libro alla ricerca delle orchidee) nella stesura di un adattamento apparentemente privo di dramma.
Come si costruisce una sceneggiatura? È l’autore ad adattarsi alla trama o è la storia a modellarsi in base alla personalità dello scrittore, come se scaturisse dalla sua personale visione del mondo? Prendiamo questo interrogativo, uniamolo ad uno degli sceneggiatori più folli della storia del cinema, affiancato da un regista che già, al suo secondo lungometraggio, è una celebrità, e ne verrà fuori un capolavoro visionario senza pari, una delle pellicole più originali, poetiche, divertenti e brillanti degli ultimi dieci anni.

Lo sceneggiatore Charlie Kaufman (Essere John Malkovich) ha sempre affermato che: “L’abitu-dine per uno scrittore è di consegnare una sceneggiatura e poi scomparire. Questo non fa per me. Io voglio essere coinvolto dall’inizio alla fine.” Se questo era evidente in Essere John Malkovich, in Adaptation Kaufman entra completamente nel film, si sdoppia, congiungendosi con il suo protagonista (interpretato da un irriconoscibile e sublime Nicholas Cage), che a sua volta si scinde nuovamente, dando origine al suo inconcludente gemello Donald (personaggio interamente partorito dalla vena creativa dello scrittore). L’arte diviene autoriflessione, e Charlie si trova nella trama del film, a fare da punto cardine nello sviluppo della storia, che si plasma dai suoi pensieri, dal flusso di coscienza che accompagna tutta la pellicola, come una voce fuori campo che, in realtà, nasce proprio dall’introspezione dei protagonisti.
I pensieri di Charlie sbocciano come stupendi fiori intrappolati nella sua immaginazione, vengono fuori nel loro scorrere, ma lo tengono bloccato senza farlo progredire, impedendogli di adattarsi. L’adattamento, in realtà, è inteso come vero e proprio adattamento alla vita, laddove, come recita Susan Orlean, “adattarsi per le piante è passare alla fase successiva, ma per una persona è una vergogna, è come fuggire.”

Così nasce il personaggio del gemello Donald, pessimo sceneggiatore senza inibizioni (palese escamotage di Kaufman per risolvere il blocco), che riesce ad aiutare il fratello e capire come affrontare le sue paure, fidandosi di se stesso e di ciò che ama, delle sue passioni, l’unica vera potenzialità che nessuno potrà mai portargli via. “Ci sono troppe idee e cose e persone, troppe direzioni in cui andare. Cominciavo a pensare che la ragione per cui è importante avere una passione per qualcosa è che questa riduce il mondo ad una dimensione più gestibile”, direbbe Susan. Ecco perché le proprie passioni diventano un meccanismo per superare la situazione di blocco. Il problema è che “molte persone bramano qualcosa di eccezionale, qualcosa di così esaltante da indurle a voler rischiare tutto per quella passione. Ma pochissime sono disposte a met-terla in atto…”, però sono proprio quelle passioni a far accadere qualcosa, a creare la storia e a por-tarla avanti come se fosse una sceneggiatura basata su noi stessi.
Non è l’orchidea in sé il vero oggetto del desiderio, ma quello che rappresenta per chi la brama: “C’è una certa orchidea che ha lo stesso aspetto di un certo insetto, perciò l’insetto viene attratto da quel fiore, il suo doppio, la sua anima gemella. Una volta volato via, l’insetto vede un’altra orchidea anima gemella e fa l’amore anche con quella, e né il fiore, né l’insetto, capiranno mai il significato del loro atto d’amore. E come potrebbero sapere che è grazie alla loro breve danza che il mondo vive… ”

Sono appunto le ossessioni e le difficoltà che affrontiamo per raggiungere i nostri desideri che ci fanno progredire. Per Charlie, scrivere è un viaggio nell’ignoto, ma non ha il coraggio di lanciarsi nell’impresa e Donald sarà un ingegnoso espediente per ottenere questo risultato. Ma quanto siamo disposti a perdere per arrivare a superare le nostre paure e prendere coscienza di noi stessi? Questa è la domanda che il regista Spike Jonze lascia in sospeso, quella su cui andiamo a soffermarci alla fine della pellicola. La storia dei gemelli Kaufman si intreccia con i pensieri vorticosi di Charlie, portando le sequenze accelerate della sceneggiatura a sovrapporsi alla trama del romanzo di Susan, come un montaggio alternato che, alla fine, accompagna lo spettatore all’unica scena finale in cui tutto troverà il suo epilogo. Dobbiamo semplicemente evitare di introdurre un deus ex machina e ricordarci che è il finale a fare il film… Occorre sbalordire lo spettatore alla fine, magari tentando il tutto per tutto, baciando la donna che si desidera e dichiarandole il nostro amore, partendo alla ricerca di un fiore irraggiungibile che cresce al di là di una palude impenetrabile o, come ha fatto Kaufman, scrivendo una sceneggiatura focalizzata interamente su noi stessi. Magari molti più scrittori e registi avessero il coraggio di Charlie e di Spike Jonze di adattare la narrazione cinematografica al loro talento, piuttosto che adattare loro stessi all’industria! (Ho detto industria? Perdonatemi! Charlie direbbe: “No, mai dire industria!”).

Voto:8

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