L’arte del sogno

La Science des rêves, Francia, Italia,  2006– di Michel Gondry  – Commedia/Sentimentale/Drammatico/Fantastico– 105 –

Scritto da Cristina Coccia (fonte immagine:MyMovies)

Il dolce Stéphane, tornato in Francia dopo la morte del padre in Messico, si ritrova a fare un lavoro che odia ed è tanto spaesato da non riuscire a distinguere i sogni dalla realtà. Spesso la sua immaginazione sconfina nella vita quotidiana, alterando la sua percezione e portandolo ad essere visto come una persona bizzarra e infantile. Appena arrivato nel suo appartamento, a Parigi, incontra la vicina di casa, Stéphanie: le cambia la vita, la coinvolge nelle sue visioni e se ne innamora, finendo per scontrarsi con le difficoltà di una relazione deludente.
Michel Gondry crea un delicato teatro surreale, mettendo in scena i caotici meccanismi mentali che emergono dalle dinamiche del sogno. Dopo il poetico Eternal Sunshine of the Spotless Mind, torna a girare nel suo paese d’origine, la Francia, abbandonando i rigidi schemi del cinema statunitense, e realizza The Science Of Sleep (tradotto in italiano con L ’arte del sogno, titolo che accentua la componente creativa alla base del processo onirico). Questa volta, senza la collaborazione del visionario sceneggiatore Charlie Kaufman, Gondry dà ampio spazio alla sua vena creativa, immaginando la storia di un amore rifiutato nella realtà e, per questo, elaborato nel sogno.

Gondry, tramite il suo alter ego Gael Garcia Bernal, si disegna nel suo universo fatto di macchine del tempo, trasmettitori del pensiero, paesaggi sommersi e plasmati dall’acqua, pupazzi in movimento grazie alle leggi del controllo del caos. Distorce la vita, la rende più semplice e la manipola con i sogni, giocando con l’uso esplicito e volutamente palese della back-projection, e delle autocitazioni dei suoi video (da Protection dei Massive Attack a Everlong dei Foo Fighter). È chiaramente un artista sinestesico, che attraversa le percezioni sensoriali confondendo sogno e realtà, passato e presente, e trasmettendo allo spettatore i suoi sogni, per coinvolgerlo in una “casualità sincronizzata parallela”, il tema di fondo di tutta la pellicola. Due menti si ritrovano a fare le stesse associazioni, a lavorare insieme in un processo creativo, a sognare, collegate dal linguaggio cinematografico, per ritrovarsi a fare le stesse operazioni mentali. Si pensa subito a Tim Burton, guardando le immagini di Gondry e le sue sequenze oniriche in stop-motion, ma, a differenza del gotico creatore di Beetlejuice e di Big Fish, questo “infantile” regista francese ci porta non solo a sbirciare i suoi sogni, come se fossero bellissimi quadri, ma ci dà le chiavi per accedervi, bombardandoci di suggestioni cromatiche, musicali e lasciandoci intravedere come lavora la sua mente e, di conseguenza, la nostra, nell’elaborazione del sogno.

L’incomprensibile e illogico processo mentale, studiato dalla scienza, diventa arte, ci dà modo di capire quanto influenzi il nostro comportamento quotidiano, di quanto ci lasci la possibilità di ridisegnare la realtà e di adattarla ai nostri desideri. Non esiste un confine netto tra esperienza onirica e concreta, è un confine molto soggettivo perché nessuno di noi vedrà mai la realtà nello stesso modo in cui la vede qualcun altro: abbiamo tutti differenti percezioni ed elaborazioni degli stimoli esterni, e quindi i sogni invadono la nostra esistenza in maniera assolutamente unica. D’altra parte, anche la nostra esperienza invade il sogno, rendendolo irripetibile e personale. Stéphane dice al suo pubblico:Vi mostrerò come si preparano i sogni. Innanzitutto mettiamo un tantino di pensieri a casaccio, poi aggiungiamo appena una punta di reminescenze del giorno mischiate con un po’ di ricordi del passato: è per due persone. Amori, relazioni, emozioni, e tutte le cose che finiscono in “zioni”, le canzoni ascoltate durante il giorno, le cose che avete visto e altre cose personali. Come se fossero ingredienti di una ricetta in continua evoluzione, tutte le nostre fantasie confluiscono nel sogno, e Stéphane, come ognuno di noi, costruisce la sua vita onirica, poggiando su di essa la propria esistenza, per comprendere che, talvolta, il sogno è instabile come una lastra di ghiaccio che inizia a spaccarsi sotto i nostri piedi.

Al di sotto c’è qualcosa di tanto attraente quanto pericoloso; la parte più difficile è comprendere la natura di quello che si agita sotto la superficie, nel caos più completo. Gondry riproduce un sogno di celluloide, popolandolo di pupazzi fatti di legno e feltro, con cuciture evidenti, come le sue scene legate in maniera volutamente artigianale. I pupazzi sono la metafora del suo cinema: il loro delicato aspetto non rifinito li rende amichevoli, rassicuranti… rassicuranti come una carezza della donna amata quando tutto sembra troppo complicato, una carezza che ci traghetti al di là del confine del possibile, in un mondo incoerente, fantastico, da cui siano bandite tutte le insoddisfazioni quotidiane. La sofferenza ci attende dietro l’angolo di ogni strada che percorriamo, allora perché non considerare la nostra creatività come un dono che, con-fondendo i piani della nostra mente, ci lascia vedere realmente al suo interno? Il sogno di Gondry è un affilato coltello che delicatamente, nonostante la sua innocua apparenza, penetra nei nostri pensieri, lacerandoli irrimediabilmente. Bisogna solo avere il coraggio di guardare dentro e di lasciar entrare qualcun altro nel nostro caos.

Voto:8

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