The Fighter

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The Fighter – Stati Uniti 2010 – di David O. Russell

Drammatico/Biografico/Sportivo – 116′

Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine: imdb.com)

A trentun anni “Irish” Micky Ward è un pugile senza carriera, allenato da un fratello tossicomane che un tempo mandò al tappeto Sugar Ray e soffocato dalle attenzioni di una famiglia troppo presente. L’incontro con la barista Charlene e la consapevolezza di essere più di uno “stepping-stone” per professionisti lo porteranno alla conquista del titolo mondiale.

Affascinato dalla storia vera di Micky Ward e del suo rapporto con il fratellastro Dicky Eklund, Mark Wahlberg (anche produttore esecutivo) ha dovuto faticare non poco per portarla sul grande schermo. L’abbandono del progetto da parte di Matt Damon, Brad Pitt e Darren Aronofsky (già autore dello sportivo The Wrestler) ha reso infatti necessario rivedere tanto la direzione quanto gli interpreti di The Fighter, piccola-grande pellicola dallo spirito tanto combattivo da arrivare agli Oscar. Risultato finale: Christian Bale nel ruolo di Dicky, lo stesso Wahlberg (purtroppo escluso dalla cinquina di migliori attori protagonisti ai recenti Academy) in quello di Ward e David O. Russell – che con Wahlberg aveva già girato Three Kings e Le strane coincidenze della vita – al timone.

I cambiamenti si sono rivelati fortunati per questa pellicola low-budget, capace di aggiudicarsi due Golden Globe (a fronte di sei nomination), due premi Oscar (miglior attore e attrice non protagonisti) su sette candidature, e meritevole di collocarsi tra i grandi cult della cinematografia sportiva a tema boxeuristico. Inevitabile il paragone tra Micky Ward, il “Cinderella Man” James Braddock, e la “Million Dollar Baby” Maggie Fitzgerald: pugili dati per perdenti in partenza, troppo vecchi, troppo poveri o semplicemente troppo malandati anche solo per sopravvivere sul ring, figurarsi per vin- cere, eppure destinati a diventare leggende (vere, nei primi due casi, cinematografiche nel terzo).

La scalata di “Irish” Ward dalle strade di Lowell, Massachussets (da cui la Boston di Wahlberg non è molto lontana), al ring di Londra, dove sconfisse per knock out il campione in carica Shea Neary (il film si ferma al 2000, prima della “trilogia” di incontri tra Ward e l’italo-canadese Arturo Gatti) non ha però la stessa centralità di quella dei suoi predecessori cinematografici. In bilico tra fiction e documentario (High on Crack Street: Lost Lives in Lowell, sulla tossicodipendenza di Eklund, fu realizzato da HBO nel 1995), la pellicola di Russell preferisce esplorare le dinamiche familiari del clan Ward-Eklund, concentrandosi sulla relazione tra Micky, la possessiva madre Alice (una magnifica Melissa Leo, già candidata all’Oscar per il ruolo da “dura” interpretato in Frozen River) e il fratellastro/allenatore Dicky, consumato dal crack e dai fasti del passato.

Poche le sequenze di boxe vera e propria (girate, volutamente, con uno stile “televisivo”) a dimostrazione che, come per Il Maledetto United, ad importare non è tanto ciò che lo sport mostra ma ciò che insegna quando si fa metafora. E la lezione di The Fighter, fuori da ogni buonismo, è che nascere campioni non è necessario, lo si può diventare: con dignità, umanità e grande fatica. Anche quando si vive in un quartiere difficile e con una famiglia ingombrante da gestire.

Per entrare nei panni (emaciati) dell’ex-pugile Eklund Christian Bale offre l’ennesima prova della sua dedizione al mestiere, sottoponendosi ad uno stravolgimento fisico (dodici i chili persi) e psicologico che gli vale la prima statuetta della carriera. Ma è Amy Adams – alla sua terza nomination all’Oscar in cinque anni – a subire la trasformazione più sorprendente: sensuale e sboccata si lascia coinvolgere in un catfight più violento di certi combattimenti sul ring. Eclissato dalla performance del fratello sullo schermo, Mark Wahlberg si dà da fare (con dedizione e mesi di training per raggiungere la forma fisica di Ward) ma senza strafare, lasciando che i ruoli secondari – ben più strutturati – abbiano la visibilità che meritano.

In Intrigo Internazionale Cary Grant sosteneva ironicamente che la O. di Roger O. Thornill (e dunque del tirannico produttore David O. Selznick) non significasse “niente”. Non vale certo lo stesso per David O. Russell che, con pochi mezzi e molta passione, riesce a dire la sua in un cinema dove tutto sembrava essere già stato detto.

Voto: 7

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