The Next Three Days

USA,  2010– di Paul Haggis – Drammatico/Thriller– 129′ –

Scritto da Cristina Coccia (fonte immagine:Hulu)

John Brennan, professore universitario di letteratura, una mattina, vede la polizia irrompere nella sua cucina, davanti agli occhi del figlioletto Luke, ed arrestare per omicidio sua moglie Lara (Elizabeth Banks), capitata disgraziatamente nel posto sbagliato al momento sbagliato. Per tre anni, tenta di analizzare i rapporti, rivedere ogni più piccolo dettaglio e ogni documento, nell’esile speranza di ricorrere in appello e di far rilasciare la moglie, rivolgendosi ad una giustizia in cui ripone tutte le sue aspettative. Ma, deluso da questa linea d’azione, deciderà di far uscire la consorte in un altro modo, sporcandosi le mani e mettendo a punto un macchinoso piano d’evasione, supportato da un originale ex detenuto, esperto in questo settore (interpretato da Liam Neeson). Partendo dal thriller francese Pour elle del 2008 (diretto da Fred Cavayé), il Premio Oscar Paul Haggis (Crash), molto dotato come sceneggiatore (a servizio di Clint Eastwood per Million Dol-lar Baby e Flags of Our Fathers), e ancora poco avvezzo alla regia, ritorna dietro la macchina da presa, dopo la toccante pellicola Nella Valle di Elah, adattando un soggetto non suo, per realizzare un remake difficilmente etichettabile come semplice film d’azione.

The Next Three Days, apparentemente, dà l’impressione di essere un film di denuncia nei confronti del sistema giudiziario americano, ma Paul Haggis, in realtà, tenta di lasciare un messaggio diverso. “Costruiamo orologi e calendari e cerchiamo di prevedere il tempo, ma quale parte della nostra vita è davvero sotto il nostro controllo? Cosa succede se si sceglie di esistere solo in una realtà che creiamo noi stessi?” John Brennan è il ritratto di un uomo che vive in un mondo a parte, che non accetta che la razionalità distrugga l’anima, che insegna ai suoi studenti che, talvolta, è meglio vedere la realtà con un diverso punto di vista, anche se può farci perdere l’esatta concezione del contesto in cui ci troviamo. A volte, la pazzia è considerata come un’errata valutazione del rapporto tra la realtà e le proprie aspettative e, come Don Chisciotte, anche il protagonista dell’opera di Haggis è un folle eroe visionario, che mostra allo spettatore il problema di fondo dell’esistenza, cioè quella disillusione che nasce dalla razionalità che annulla l’immaginazione, la fantasia, la realizzazione di un progetto con cui l’uomo si identifica. Un pazzo vede il mondo con occhi diversi, senza lasciarsi influenzare dai condizionamenti sociali e, ogni tanto, questo può essere un bene, perché può aiutarci a perseguire un obiettivo, senza arrenderci dinanzi alle difficoltà e mettendo da parte i dubbi e la morale comune.

Il cinema di Haggis ha il solo punto debole di essere misurato, estremamente calcolato: ogni primo piano, ogni momentanea sospensione del sonoro, ogni dettaglio o piano ravvicinato sono mirati ad ottenere una tensione e un coinvolgimento psicologico nelle azioni del protagonista, nelle sue decisioni. (Perfino la bellissima colonna sonora di Elfman con i brani di Moby!) Spesso, però, troppa meticolosità, tende a controllare eccessivamente la condivisione dell’anima del regista, come se, talvolta, egli volesse creare una membrana tra la sua visione del mondo e quella che vuole dare allo spettatore. Così, il suo film, è una sporca immagine riflessa di sé, come quella di John Brennan sulla superficie speculare, nell’ultima sequenza. Un’anima da sceneggiatore si risolve in una chirurgica e bilanciata regia, un vetro che lascia soltanto intravedere un possibile talento, che stenta a venire fuori. Tra imprecisioni nel riprodurre la vita all’interno del carcere e nel comportamento della polizia in situazioni di emergenza, lo svolgimento dell’azione, perennemente calata in un’atmosfera inquieta, di avvincente tensione emotiva e fisica, ci lascia la possibilità di vedere la questione con gli occhi di Brennan.

Riusciamo, alla fine, ad ipotizzare anche noi che sia necessario far emergere la propria individualità, fuori dai rigidi rapporti sociali, fuori dalle regole, in modo da far venire a galla i nostri istinti, le nostre follie e così anche l’ignoto, con cui spesso ci identifichiamo più che con i ruoli che gli altri ci attribuiscono. “Il sangue si eredita, ma la virtù si acquista, e la virtù vale di per sé quel che il sangue non vale” (Miguel de CervantesDon Chisciotte Della Mancia) E la virtù che acquista Brennan è quella di non fermarsi davanti a niente, di essere disposto a tutto per amore della sua donna e della sua famiglia, e solo un attore come Russell Crowe, che crede intensamente nei suoi personaggi, può essere tanto persuasivo da portare il pubblico a star sempre dalla sua parte e a coinvolgersi fino in fondo negli eventi. Resta solo da vedere se la sua perseveranza lo porterà a raggiungere il suo nobile fine o se, come Don Chisciotte, rimarrà a combattere contro i suoi mulini a vento, come un idealista immerso nella sua tragicomica situazione di incertezza irrisolvibile. I prossimi lavori di Paul Haggis, forse, ci chiariranno questo dilemma.

Voto:7

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