Fish Tank

GB/Olanda 2015 – di Andrea Arnold – drammatico – 123′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: imdb.com)

Mia, un’adolescente di 15 anni, vive in un complesso di case popolari del- l’Essex con la madre single, Joanne, e la sorella minore, Tyler. Mia è una persona solitaria e non sembra che abbia molti amici. Nella prima scena del film, lei prende in giro un gruppo di ragazze e poi viene alle mani con una di loro, ferendola. La sua unica fonte di fuga è la danza hip-hop, che lei pratica in un appartamento deserto.

Joanne ha un nuovo fidanzato, Connor, un affascinante e bell’uomo irlan- dese che lavora come guardia di sicurezza in un magazzino del luogo.

Sebbene Mia sia scontrosa, Connor tenta di essere amichevole e di com- portarsi come una figura paterna nei suoi confronti. Presto però i due di- ventano a poco a poco più intimi…

E’ uno sguardo impietoso quello della Arnold, che riesce a fornire uno spaccato del declinante mondo delle periferie suburbane inglesi, tra quar- tieri popolari dove tutti si conoscono ma nessuno riesce a comunicare, se non con rabbia e frustrazione.

E’ il proletariato lasciato in balìa di modelli culturali discutibili quali MTV e più in generale della moderna televisione. Assenti o non pervenuti i clas- sici modelli di educazione: la scuola non sussiste, la classica famiglia è di- sgregata e ridotta ad una madre alcoolizzata del tutto incapace (né voglio- sa) di tenere a bada le due figlie femmine cresciute a birra e sigarette.

Tutto ciò senza nessuno stimolo e speranza seria di uscire dalla marginali- tà. Rimangono scaglie di sogni e aspirazioni su cui Mia (una sublime Katie Jarvis all’esordio come attrice), quindicenne scapestrata e un po’ ribelle, si fionda per dare un senso alla propria esistenza: l’allenamento sul ballo hip-hop, la liberazione di una vecchia cavalla tenuta “prigioniera” da alcuni
sordidi ragazzi, e la passione per il nuovo boyfriend della madre, tale Con- nor (un altrettanto squisito Michael Fassbender), che diventa una figura di equilibrio tra il desiderio sessuale e la ricerca di una forte figura paterna finora assente.

L’equilibrio però non può durare, sia perchè il percorso di Mia è fatto di continui scossoni emotivi e sentimentali (come è giusto che sia per un’ado- lescente in piena crescita ormonale), sia perchè lo stesso Connor è in una fase complicata della propria esistenza, in bilico nella scelta tra ritorno al proprio “vecchio” mondo sicuro (la tranquilla esistenza borghese classica), e rifugio nel “nuovo” mondo instabile e degradato (eppur vivace e festaio- lo) del proletariato urbano.

Non c’è bisogno di un genio per capire che il taglio sociale e drammatico dell’opera (che per temi e ambienti non può non ricordare l’attività del maestro del cinema impegnato Ken Loach) portino ad una conclusione in cui emerge l’impossibilità di rompere le formule della moralità borghese. Troppi vincoli si pongono tra un amore irrealizzabile (la lezione del Nabo- kov di Lolita è sempre valida) e logicamente il bel gioco finisce, con la fine del gioco “ribelle” di Connor e il ritorno all’originaria situazione socia- le di provenienza. Con tutte le conseguenze negative che ciò comporta nella famiglia di Mia e in lei stessa…

Per raccontare tutto ciò Andrea Arnold (già premio della giuria a Can- nes nel 2006 per Red Road) sceglie di adottare interamente il punto di vista di Mia, approfondendone la psicologia fino allo spasimo e immedesi- mandovi lo spettatore attraverso una regia estremamente soggettiva, a tratti violenta nei suoi sguardi ritagliati e parziali della realtà. E’ un trionfo della camera a mano che rievoca la tecnica del Lars Von Trier di Le onde del destino, e che ormai sempre più sembra strumento utilizzato dalla post-modernità per raccontare in maniera originale storie “antiche”.

Voto: 7

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