Happy family

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Happy family – Italia 2010 – di Gabriele Salvatores

Commedia – 90′

Scritto da Dmitrij Palagi (fonte immagine: imdb.com)

Due famiglie incrociano i loro destini a causa dei figli quindicenni caparbiamente decisi a sposarsi. Un banale incidente stradale catapulta il protagonista-narratore, Ezio, al centro di questo microcosmo, nel quale i genitori possono essere saggi, ma anche più sballati dei figli, le madri nevrotiche e coraggiose, le nonne inevitabilmente svampite, le figlie bellissi- me e i cani cocciuti e innamorati. In poche parole, due famiglie di oggi, che sfuggono alle catalogazioni e alle etichette, in evoluzione continua, in equilibrio precario, vive, felici e confuse.

Alla fine della pellicola prevale una strana sensazione. La durata è realmente limitata, le risate non hanno riempito la sala e resta un senso di insoddisfazione rispetto alla trama e al messaggio. Che un autore componga le sue opere (siano esse letterarie, cinematografiche o di qualsiasi altro genere), prendendo spunto dalla realtà, beh non è certo un’informazione inedita. Non è convincente neanche l’idea di una felicità come diritto-dovere da realizzare, mettendosi necessariamente in gioco e cercando di vivere fino in fondo i rapporti, le proprie scelte: sembrano i consigli della vecchietta di turno sull’ennesimo autobus affollato…

Sapore agrodolce non convincente. Si accendono le luci e speri che sia solo l’intervallo. Comunque un senso di piacere ha già pervaso lo spettatore e l’insoddisfazione è limitata. A ripensarci verrebbe quasi voglia di una seconda visione, per potersi godere nuovamente l’ironica presenza di Abatantuono, lo splendido sguardo allucinato di Bentivoglio (assieme alla Buy il migliore sulla scena) e la solarità (poco convincente) di De Luigi, a tratti adorabile a tratti urtante, come Topo Gigio per molti bambini.

Comunque da apprezzare il tentativo di introdurre elementi di novità, spesso riconducibili alla realtà teatrale (personaggi in cerca d’autore), nel triste panorama contemporaneo della commedia italiana. Un cambio di registro notevole se si pensa agli ultimi lavori di Salvatores (Quo Vadis Baby? e Come Dio Comanda). La serenità e la spensieratezza con cui si sviluppa il film compensano la sensazione di un lavoro non compiuto, che attende ancora di essere sviluppato. Forse è un limite intrinseco alla strut- tura, poco comune di questi tempi, intrecciata e lineare al contempo, probabilmente forte di un soggetto ben scritto, nato da un romanzo di Alessandro Genovesi (qui anche aiuto regista) rifiutato da tutte le case editrici (dopo il film la Mondadori ci ha ripensato) e trasformato in spettacolo teatrale all’Elfo (a cui Salvatores è legato per storia).

La fotografia di Petriccione e l’arpeggio di Simon e Garfunkel contribuiscono a una patina di illusione, magari l’insoddisfazione è dovuta ad un imbarbarimento culturale che gioco forza colpisce tutti gli italiani… Più probabile invece che il mancato entusiasmo sia da legare al guado che sta nel tentativo di non cedere né alla volgarità gratuita né ad uno stile raffinato ed intellettuale. Non si raggiunge una giusta mediazione, semplicemente ci si perde tra le due strade. Siamo lontani insomma da Agata E La Tem- pesta (Silvio Soldini).

Sarà che il naif non è per tutti, sarà che l’autore prima dei personaggi ti costringe a viverli come fittizi (scarso coinvolgimento, minore divertimento).

Sarà quello che si vuole, però a luci accese, in quella sala cinematografica, l’agrodolce può diventare facilmente amaro. Finisce che ti dimentichi della Milano sotto le note di Chopin, passaggio di cui è difficile capire l’utilità, ricordando le catene di power point che girano con contenuti melensi (qui almeno manca il testo).

Salvatores non lo si può certo criticare nella regia, a livello tecnico resta uno dei più importanti cineasti italiani. Un mezzo passo falso ci sta per tutti.

L’impressione di un film volutamente condensato (nei tempi e nei contenuti) non aiuta ad elogiarlo. Sarà per la prossima.

Voto: 5

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