Solaris

URSS 1972 – di Andrei Tarkovsky – fantascienza – 167′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: imdb.com)

Prima di partire alla volta del pianeta Solaris, lo psicologo Kris Kelvin trascorre alcuni giorni nella residenza paterna di campagna, conscio che al suo ritorno non rivedrà più suo padre anziano né sua zia Anna. Nel frattempo riceve la visita indesiderata dell’ex astronauta ed amico di fa- miglia Berton, reduce anni or sono da una disavventura sul pianeta e co- statagli la carriera. L’uomo a quanto pare avrebbe assistito a strani feno- meni suscitando lo spietato scetticismo dell’amministrazione spaziale ed ora dello stesso Kelvin, intenzionato più che mai, nonostante le suppliche del collega, a dismettere la stazione orbitante, giudicata inutile e dispen- diosa.

Solaris è un capolavoro bistrattato. Ma bistrattato tanto, sia di qua che di là della cortina di ferro (che all’epoca in cui fu girato era più salda che mai). Un po’ come il suo autore d’altronde, che come ogni genio ha avuto attesta- ti di genio ma anche tanta ostilità e incomprensione. Solaris però ha avuto un destino ben peggiore di Tarkovskij, che bene o male oggi è riconosciuto un regista fondamentale del cinema post-moderno (non solo di quello sovietico ovviamente).

Bistrattato a partire dalla sua pubblicizzazione: presentato da Mosca come la risposta sovietica al capolavoro di Kubrick 2001 Odissea nello spa- zio. Entrambi film di fantascienza in effetti, entrambe opere in cui l’uomo perde contatto con il proprio pianeta-madre per avventurarsi verso l’igno- to, scontrandosi, nel caso di Kubrick, dapprima con un computer ostile e poi con il mistero stesso dell’universo. In realtà Tarkovskij si disinteressa della tematica fantascientifica, così come della reale possibilità di sviluppare varianti sulla vita extraterrestre.

Solaris è infatti un film filosofico prima di tutto. Ed è una filosofia di non facile presa quella dell’autore: esistenzialismo soprattutto, ma anche rifles- sione sui limiti del razionalismo e del cognitivismo umano. Perché andare nello spazio ad esaminare altri pianeti quando non riusciamo neanche an- cora a conoscere noi stessi? Riflessioni svolte in maniera amara, che testi- moniano come invece di andare ad esplorare misteriosi oceani pensanti sarebbe più opportuno fermarsi a meditare assistendo al continuo miraco- lo della natura terrestre, con i suoi alberi, i suoi fiumi, la sua pioggia e le sue foglie.

Mai come in quest’opera Tarkovskij mette così in rilievo la profonda in- trinseca consonanza tra l’essere umano e il suo luogo di origine: la natura. L’autore svolge questa riflessione con una riflessione attenta ed accurata di una piccola zona verde di campagna, dove il protagonista Kris Kelvin (Do- natas Banionis) pare perdersi nei propri pensieri durante la contempla- zione di uno stagno carico di mistero. Ma prima di riuscire a risolvere que- sto mistero interiore Kris dovrà raggiungere la stazione orbitante attorno al pianeta Solaris, incontrando gli strani fenomeni provocati dall’oceano pensante, sostanza in grado di materializzare e vivificare persone presenti soltanto nella mente dei tre scienziati rimasti sul luogo di ricerca (il Dottor Snaut, ossia Jüri Järvet, e il Dottor Sartorius, ossia Anatolij Solonicyn).

L’incapacità di comprendere una realtà così distante dall’ottica razionale umana scuoterà nel profondo Kris, che verrà sopraffatto dall’amore per la vecchia fiamma Hari (Natalija Bondarcuk), resuscitata da un suicidio ormai lontano un decennio. Tarkovskij aggiunge carne al fuoco e apre a nuovi quesiti: quando un essere è davvero umano? Basta che provi dolore? Se ha sentimenti? Ma cosa succede quando l’individuo invece di essere fatto di atomi è composto di neutrini, e di fatto assume una dimensione immortale? Può uno scienziato dimenticare la propria etica e lasciarsi andare ad un rapporto sentimental-amoroso con la donna di una vita resuscitata da un “cervello” superiore?

Quella di Tarkovskij è una filosofia “pesante”, termine che vuole assume- re qui una valenza positiva, in opposizione alla “liquidità” baumaniana, che vuole tutto scorrevole, di facile e immediata comprensione. Invece no, Solaris non è di facile comprensione, non è scorrevole e presenta numero- se scene che colpiscono per la loro austerità e la loro claustrofobica sceno- grafia. È un mondo artistico in cui tutto accade lentamente, alternando visuali a colori al bianco-nero. Un mondo in cui l’uomo fatica a trovare la soluzione, e forse non è neanche detto che la trovi. Ciò viene esasperato dalle scelte stilistiche di Tarkovskij, che propone un ritmo lento e ragio- nato, in cui l’eccellente fotografia si scontra raramente con trovate pura- mente sceniche (lo splendido viaggio in macchina per le strade futuristiche di quella che in realtà è Osaka ad esempio) ma resta per lo più attaccata al corpus filosofico di fondo dell’opera.

Un film così “pesante” non poteva essere capito all’epoca in cui uscì: né da un governo predicante il realismo socialista, né da un Occidente mercantile che non esitò, con le lunghe mani di De Laurentiis e Dacia Maraini, a ta- gliare oltre 40 minuti di filmato per ottenere una versione commercial- mente più vendibile. Cannes seppe omaggiare però questo capolavoro con- ferendogli il Grand Prix Speciale della Giuria. Parziale rimedio ad un tren- tennio di tagli cui si è rimediato solo recentemente con l’edizione integrale in dvd del 2002.

Voto: 10

Una risposta a "Solaris"

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  1. Io temo di aver fatto l’errore (ai fa per dire) di aver letto il capolavoro letterario su cui il filn si basa e… Mi dispiace, ma non sono mai riuscito ad apprezzare troppo il film. So che non dovrei fare paragoni, che dovrei giudicare il film come opera indipendente dal libro, ma il libro mi ha dato troppo di più! Prometto comunque di riprovare a dare una chance a Solaris che so essere considerato un capolavoro della fantascienza. Nel frattempo, consiglio il libro a tutti!

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