Diana

Regno Unito, Francia, Croazia, 2013– di  Oliver Hirschbiegel – Biografico/Drammatico/Sentimentale– 113′ –

Scritto da Erika Sdravato (fonte immagine:MyMovies)

Ripercorrendo la storia di Lady D negli ultimi anni della sua vita e raccontando in particolare della sua relazione con il medico di origine pakistana Hasnat Kahn, il film mostra come trovare la felicità interiore le abbia consentito anche di raggiungere i suoi più grandi successi a livello pubblico. E’ da anni, decenni ormai, che il tentativo di eguagliare la Principessa di Galles adattando la sua immagine a quella standardizzata di noi comuni mortali lavoratori vede trionfare la proliferazione di luoghi comuni e buoniste banalità. Ma mai come in quest’ultimo lavoro di O. Hirschbiegel. Diana, giovanissima fidanzatina prima e donna di incredibile fascino poi, è stata oggetto di un’imponente pressione mediatica, tanto da stimolare una serie infinita di produzioni cinematografiche e televisive ispirate alla sua persona, in grado “da sempre” di catalizzare l’attenzione delle masse come poche altre persone nel corso dell’ultimo secolo hanno saputo fare. Non per questo, però, l’interesse suscitato dalle vicissitudini della sua vita privata devono continuare a fare da perno per annacquati prodotti di terz’ordine, in cui l’esigenza di far cassa – come accade nel caso in analisi – risulta un po’ troppo urlata.

Tutto gira, com’è ovvio, intorno alla protagonista indiscussa della pellicola, come da titolo. La presunta originalità starebbe nel voler mettere in luce la clandestinità della storia d’amore di Diana con Hasnat Kahn, perfetto uomo qualunque, diviso tra una professione importante (che consiste nel salvare vite e cuori umani) e il riposo compensativo vissuto tra hamburger e jazz nelle mura di casa propria. Tra loro, un equilibrio sottile, fatto di discrezione, parrucche, operazioni chirurgiche, flash ossessivi, telefonate sotto mentite spoglie. Peccato che, come un pasticcino mal farcito, il film si gonfia irreversibilmente in spumosi clichè sull’innamoramento, nel vano sforzo, per l’appunto, di ricreare sotto ai nostri stanchi occhi la figura di una Lady del popolo, la Diana che rassetta il caotico nido dell’amato, gli lascia sullo specchio cuori dipinti col rossetto, si improvvisa a spadellare da brava casalinga, lo fa ingelosire col primo miliarducolo che compra appositamente uno yacht per fare colpo sul suo animo regale.

Ma perchè?! Perchè l’esperimento dovrebbe essere ancora una volta diretto nell’ottica di umanizzare e rendere simpatizzabile ancora di più (se possibile) un’icona già di per sè intramontabile ed intramontata come la Spencer, diventata tale in favore dei suoi impegni nel sociale e di una morte così tanto tragica, misteriosa e ingiusta? Perchè?!  C’era bisogno di dire altro riguardo la sua vita, già scandagliata a sufficienza e sotto qualsiasi aspetto? E se sì, perchè scegliere il mezzo cinematografico, tanto per cambiare? Non ne vedo il motivo. Unico merito, però, va ad una dei rappresentanti di questo seppur inutile lavoro, Naomi Watts, apprezzabile per l’esito performativo dei suoi studi applicati alle movenze ed alla persona della compianta Diana. Sulla cui memoria, molto probabilmente, si starà pensando di rappresentare l’ennesima trovata a base di nuovi e/o presunti gossip propinabili su grande schermo.

Voto:4

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