Gattaca

USA 1997 – di Andrew Niccol – fantascienza – 106′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: imdb.com)

In un prossimo futuro alcuni esseri umani vengono fatti nascere con un corredo genetico quasi perfetto, selezionato dai genitori su di un gruppo di cellule embrionali. Tramite questo processo è possibile prevedere in an- ticipo le future condizioni fisiche, di salute ed i caratteri ereditari dei na- scituri. In definitiva, alcuni individui vengono generati senza imperfezio- ni.

Per scelta volontaria dei suoi genitori, Vincent viene invece concepito in modo naturale, senza l’intervento della scienza. Fin dalla nascita gli è stata diagnosticata la stessa debolezza cardiaca del padre che lo porterà, secondo i calcoli basati sulle sue caratteristiche genetiche, a morire prima dei trent’anni. Vincent è dunque catalogato come non valido, mentre per la nascita di suo fratello minore Anthony, i genitori richiedono i migliora- menti genetici che lo faranno catalogare come valido. Vincent però sogna di diventare un astronauta e farà di tutto per cercare di realizzare il suo sogno contro tutto e tutti.

Che cos’è Gattaca? Gattaca è il terribile futuro che potrebbe riservarci la scienza. È il mondo che forse Platone avrebbe sottoscritto, giustificando la selezione genetica alla base del miglioramento progressivo della razza umana. È il mondo in cui ogni essere umano nato grazie ai progressi della scienza godrà nell’essere immune da tutta una serie di fastidi e problemi di salute, potendo concentrare tutte le proprie energie sui propri obiettivi so- ciali, emotivi e lavorativi.

Ma Gattaca è anche il mondo del razzismo genetico, in cui la selezione  della classe dominante non viene più lasciata al caso, bensì accuratamente selezionata e programmata dalla scienza. È quindi la negazione del caso, del libero arbitrio, della possibilità di sfidare e invertire i processi stabiliti dalla natura. È la tirannia delle statistiche, per le quali una disfunzione cardiaca avanzata ti lascia fin dall’infanzia la consapevolezza di avere solo per- centuali misere di sopravvivenza oltre i trent’anni, e quindi scarsissime possibilità di trovare un lavoro prestigioso.

Questo è l’aspetto centrale dell’opera: la contrapposizione tra un rigido de- terminismo socio-naturale, cui può condurre un progresso scientifico sle- gato da un controllo valoriale, e l’istanza del singolo individuo volenteroso di superare i limiti assegnatigli dalla provetta per diventare padrone della propria esistenza.

A trionfare nella visione di Niccol è la libertà umana, che grazie alla pas- sione, alla caparbietà, ad un pizzico di furbizia e anche di fortuna (ma non sfugge il richiamo a quella che Schopenhauer avrebbe definito “volontà di potenza”), è in grado di ergersi sopra una società gretta e meschina, in cui le gerarchie sociali non sono più contraddistinte dal colore della pelle o dal livello sociale, ma dal DNA uscito dall’esame del sangue. Una società in cui non ha senso parlare di razzismo perchè le discriminazioni non sono più razziali, ma in cui la discriminazione è lo stesso elevata a sistema, impe- dendo di fatto una reale mobilità sociale fondata sulla meritocrazia. Siamo di fronte alla ripresa del tema della distopia: il mondo immaginato da Nic- col è una variante degli scenari immaginati da Huxley, Zamjatin e Orwell. Nonostante rimanga sullo sfondo la rappresentazione di questa società è agghiacciante per la freddezza, il grigiume ed il livello di omologazione e conformismo che ne sono a fondamento. Non è un caso che le scenografie, la costumistica, il look e la scelta dei colori (con prevalenza del grigio) rimandino continuamente agli anni ’50 americani, uno dei momenti storici più ambigui e contraddittori dell’epoca contemporanea: tanto carichi di progresso materiale e di speranza per il futuro, quanto vincolanti a livello ideologico e culturale e improntati al rispetto del sistema sociale do- minante, fondato sulla white supremacy con cui si subordinavano sistema- ticamente gli afro-americani.

Niccol installa questo sfondo filosofico-politico sullo sfondo di un omicidio che aggiunge mistero ed un tocco di giallo noir anni ’40 ad un’opera che coniuga fiction scientifica, distopia politica, atmosfere thriller, sensualismo decadente e dramma esistenziale generalizzato; un’opera in cui l’alienazione individuale è all’ordine del giorno.

La narrazione scorre ottimamente appoggiandosi su un ottimo cast che vede troneggiare il trio Ethan Hawke (Vincent Freeman)-Uma Thur- man (Irene Cassini)-Jude Law (Jerome Eugene Morrow), tratteggiati nella loro evoluzione opposta: dal “figlio di Dio” Vincent, ragazzo esube- rante, passionale e curioso quale è, riesce a controllare istinto e corpo con precisione metodica e millimetrica; Irene e Jude invece, figli della scienza e come tali inizialmente freddi, glaciali anzi, sciolgono progressivamente al contatto con le emozioni e i sogni di Vincent.

Momento più emozionante del film il dialogo tra Vincent e il fratello, al ter- mine di una nuotata che vede inaspettatamente vincere il primo, ma che esce dal contesto contingente per simboleggiare la capacità di dominare nel profondo una realtà avversa:

“Anthony: Vincent, Come hai fatto a farcela? Come hai potuto, Vincent?

Vincent: Vuoi sapere come ho fatto? ecco come ho fatto, Anthony! non ri- sparmiando mai le forze per tornare indietro.”

In definitiva è un gioiello quello realizzato da Andrew Niccol, che si pre- senta subito al pubblico nelle vesti di grande autore, scrivendo interamente soggetto e sceneggiatura sorprendenti oltre che firmando una regia tecni- camente ineccepibile.

Voto: 7

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