Jersey Boys

USA,  2014– di Clint Eastwood – Biografico/Drammatico/Musicale– 134′ –

Scritto da Erika Sdravato (fonte immagine:Amazon)

Il film narra la storia di quattro giovanotti che provengono dalla parte sbagliata del New Jersey, i quali si uniranno per formare il gruppo rock icona degli anni ’60, The Four Seasons. La storia dei processi e dei trionfi è accompagnata da canzoni che hanno influenzato una generazione, tra le quali “Sherry“, “Big Girls Don’t Cry“, “Walk Like a Man“, “Dawn“, “Rag Doll“, “Bye Bye Baby“, “Who Loves You” e molte altre. Sembra per un attimo venuto meno il Clint moralista, greve e lapidario, di Gran Torino (2008), a favore di un regista più disteso ed accomodante. Merito sicuramente dell’imprescindibile lavoro di sceneggiatura firmato da Brickman & Elice, perfetti a conferire un’aria di spiegata leggerezza anche nei momenti di maggior attrito dialogico del film. E così, in Jersey Boys è la musica a farla da padrone, insieme ad una rinnovata ventata di freschezza registica del buon vecchio Clint, qui alle prese con un delicato biopic dalle sfumature brillanti. Nel cast del film primeggia un po’ fiaccamente un John Lloyd Young, protagonista e voce di Frankie Valli, più buon cantante che convincente attante; un Vincent Piazza bad guy ma non troppo (la spavalderia del suo Tommy De Vito si fa certo malvolere ma mai odiare); un Erich Bergen nelle vesti di Bob Gaudio, leader silenzioso e scrittore dovizioso; e, soprattutto, un meraviglioso Michael Lomenda, perfettamente calato nella camicia pulita di Nick Massi, probabilmente il personaggio più studiato e nel miglior modo intuito dall’attore (complici le divertenti battute di involontaria ironia da lui proferite).

Ad addizionarsi al quartetto maschile, il sempre rivelatorio e patriarcale Christopher Walken, boss mafioso che si commuove ad ogni nota (del resto, come dargli torto!). Ancora una volta – come sempre più spesso, ormai -, la pellicola è da dividere in due parti: la prima veloce ed argutamente motivata sotto il profilo strettamente narrativo, la seconda più blanda e dispersiva anche per quanto riguarda l’aspetto drammatico della vicenda, inerente la tragica morte di Francine e lo scioglimento del gruppo. In queste due sezioni, i Four Seasons rivivono dunque attraverso i loro schiocchi di dita a ritmo di meccanici passetti di danza, attraverso la fedeltà alla parola data, attraverso il sound inconfondibile di Valli, attraverso l’ultimo e gustosissimo siparietto in versione para-musical che vede la band finalmente al completo – stringersi in un improbabile spettacolino di addio al pubblico e alle scene. Certo, non il migliore Eastwood di tutti i tempi (attendiamo con ansia un suo exploit nel prossimo American Sniper con Bradley Cooper) ma sicuramente un regista e qui produttore autodefalcatosi dal suo abituale habitat e munito di un’invidiabile capacità di raccontare storie vere e personaggi veri, che noi salutiamo con un pertinente Bye bye, baby.

Voto:7

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