The Twilight Saga: Breaking Dawn Parte II

USA,  2012– di Bill Condon – Avventura/Azione/Drammatico/Sentimentale/Fantastico– 117′ –

Scritto da Erika Sdravato (fonte immagine:Tvzap)

E’ il momento che molti aspettavano. L’attesissimo episodio finale della saga Twilight, diretto dal premio Oscar Bill Condon, The Twilight Saga: Breaking Dawn Parte 2 getta luce sui segreti e i misteri della spettacolare e avvincente saga romantica che ha stregato milioni di spettatori in tutto il mondo. In The Twilight Saga: Breaking Dawn Parte 2, Bella (Kristen Stewart) si sveglia trasformata, è madre e finalmente è un vampiro. Mentre il marito Edward (Robert Pattinson) ammira la bellezza, la velocità e l’eccezionale autocontrollo della nuova Bella, lei non si è mai sentita più viva; e il destino del suo migliore amico Jacob Black (Taylor Lautner) si è intrecciato con quello della loro straordinaria figlia Renesmee (Mackenzie Foy). L’arrivo di una creatura tanto rara cementa la famiglia allargata, ma riaccenderà ben presto forze oscure che minacciano di distruggerli tutti. Siamo giunti alla fine di quello che ormai è inevitabile definire un cult della filmografia giovanile (e non solo): The Twilight Saga. Si tratta davvero del finale epico che promette la locandina? Beh, i presupposti sembrano esserci: lo scontro che non risparmia l’ardire, un impianto sonoro che sottolinea (forse un po’ scolasticamente) i momenti di maggiore tensione o pregnanza, il senso di giustizia e protezione che anima i Buoni, il concetto di famiglia che regna sovrano di fronte a qualsiasi avversità.

Il tutto infiocchettato dalla ben (ormai) conosciuta storia d’amore che lega i protagonisti, Edward e Bella. L’aggiunta, ora, sta nella presenza di un terzo, eccezionale, personaggio: si tratta di Reneesme (la bambina metà umana metà vampira avuta dalla coppia e orribilmente digitalizzata) la cui esistenza scatenerà la fatale battaglia tra due mondi che in realtà dovrebbero appartenere ad un unico, stesso universo di serena convivenza. Non resta che vederne l’epilogo, dunque. Epilogo al quale mi ero preparata ad assistere con aspettative pressochè nulle, ma che invece si è rivelato essere il migliore capitolo di tutto il progetto. Siamo al culmine di cinque film, dove la partita a scacchi contro Aro precipita e scoppia la guerra: è così che vengono a scontrarsi gli eserciti dei non morti, quasi a san-cire definitivamente la diversità di valori che oppone i due schieramenti. Da un alto, la famiglia Cullen in coesa espansione e dall’altro i Volturi, sovrani assoluti della segretezza dello status vampiresco.La carica romantica della storia è aumentata, papà Edward ora ammira con i suoi occhi amorevoli e dorati la figlia che cresce ad una velocità impressionante e mamma Bella costruisce attorno a sè e ai suoi cari un’aura di protezione: guardiamo tutto questo con un benevolo sorrisetto smaliziato fino a che lo stesso diventa risatina a causa del nuovo stile semi-comico promosso da una sceneggiatura più sciolta, nonchè però sempre infelicemente relegata nella persona di Melissa Rosenberg (avviatasi con Step Up, per il quale sospendo i miei commenti), dove finalmente tramontano gli inutili so-spiri del trio amoroso.

Purtroppo, però, non mancano le solite banalizzazioni di genere, che hanno contraddistinto in maniera ancor più pervasiva i predecessori film della Saga: i nuovi vampiri venuti da ogni parte del pianeta (Amazzonia, Russia, Egitto) per aiutare i Cullen sono caratterizzati da co-stumi prettamente definiti in base alla loro nazionalità, ma l’abbozzo quasi germinale della loro individuale personalità appiattisce il loro spessore relegandoli a ruoli di poco più che comparsata, a tutto favore della volontà di esaltare in qualsiasi modo le colonne portanti del romanzo della milionaria Meyer.Merita ad ogni modo un piccolo cenno la migliorata (ma sempre migliorabile) interpretazione di Kristen Stewart (e a questo punto il boato: “Non che ci volesse molto!”•), qui bellissima, sapientemente abbigliata da trenta costumisti ed in particolare dallo strepitoso Wilkinson; il livello delle scene d’azione, oltretutto, risulta essere qualitativamente gestito meglio, grazie all’esperienza di Jeff Imada (curatore di tutti i film della serie Bourne), anche se eccessivamente macchinoso in qualche passaggio; lo straordinario apparato di lavoro del dietro le quinte si arricchisce perciò di professionalità che hanno fatto la differenza in un film che ha avuto il compito di tirare le fila dell’intera narrazione: apprezzabili rimangono infatti gli scorci paesaggistici della Louisiana, e di questo dobbiamo ringraziare il premio Oscar direttore della fotografia Guillermo Navarro. Particolarmente gradevoli,
inoltre, i titoli di testa: le lettere bianche della grafica iniziale si tingono di rosso sangue, a
significare la trasformazione in corso di Bella, l’eroina che muore dando alla luce la propria figlioletta per rivivere in altre vesti.

I titoli di coda, d’altro canto, manifestano per l’ennesima volta il saluto nostalgico del cast nel momento della chiusura (definitiva?). Nulla di esaltante, sia chiaro: però ritengo che non si possa inorridire (come molti hanno fatto e faranno) di fronte alle differenze di temperatura corporea del melenso Edward e del maschione Jacob; di fronte alle teste mozzate di morituri succhiasangue; di fronte al fatto che sarebbe bastata una telefonatina per chiarire la reale condizione di Reneesme per evitare una guerra dal momento che la bambina non rappresenta una reale minaccia per la razza dei Volturi&Co. Tutti questi aspetti, certo discutibili, fanno parte del gioco. E a questo punto direi: giochiamo. E’ tutto questo che rende The Twilight Saga: Breaking Dawn Parte 2 un ottimo prodotto commerciale, confezionato a puntino in modo tale da soddisfare tutti i fan di una storia che ha accompagnato milioni di spettatori – e lettori della medesima – di tutto il pianeta e che ha fatto lavorare di fantasia (ben pagata) centinaia di interpeti e cine-lavoratori. Gli stessi – a torto o a favore dei quali – che fanno muovere questo immenso congegno chiamato “industria”• e che molto fanno discutere sui suoi risultati, in questo caso palesemente riconducibili a forma di intrattenimento. L’interrogativo quindi si scioglie in una risposta concreta: sì, questa è un’opera strettamente merceologica
che, voglio sottolinearlo ancora una volta, appartiene ai suoi fan. Anche se, forse, un po’ lontanuccia dal cinema. Quello autentico. Ma questa è un’altra storia.

Voto:7

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