Il capitale umano

locandina-77

Il capitale umano – Italia/Francia 2013 – di Paolo Virzì

Drammatico – 111′

Scritto da Alice Grisa (fonte immagine: mymovies.it)

Nell’immaginario paese brianzolo di Ornate, nel cuore della notte un ciclista viene investito da un SUV. Le indagini portano a ritroso alle vicende accadute nell’arco dei sei mesi precedenti a tre persone: Dino Ossola, immobiliarista in rosso; Carla Bernaschi, moglie annoiata di un ricco imprenditore; Serena Ossola, figlia adolescente di Dino.

Stabilire se è il territorio a fare la persona o la persona a fare il territorio sarebbe come chiedere se è nato prima l’uovo o la gallina, mentre è più facile restituire la fotografia d’insieme di una Brianza che certamente non è gli Hampton e non è il Texas. Si tratta più che altro di un territorio ibridato tra bellezza e desolazione, tripartito e organizzato tra Monza, Como e Lecco, sospeso tra natura, ville d’epoca e basse costruzioni, stratificato tra case di periferia, villette a schiera (centinaia, migliaia di villette) e qualche imponente residenza.

Virzì sposta il romanzo di Stephen Amidon dal suo sfondo originario, il Connecticut, smontandolo e rimontandolo come un castello della Playmobil, ma il cielo sopra esso è sempre, come dicono in Brianza, “scuro”, privato (anche nella trasposizione) dello humor e del black cinismo che brandizzano il regista di Livorno.

Il Capitale Umano è un film riuscito a metà, con una padronanza del linguaggio cinematografico consolidata ma che lascia alcuni punti oscuri; se il focus era il territorio, l’argomento è stato esaurito in modo troppo frettoloso. La Brianza è consumi e motori, ma a un livello di analisi superficiale, è non-luoghi ma anche paesaggi storici e poi ci sono alcune anomalie, come sottolinea l’imprenditore di Lissone Giovanni Anzani sul giornale locale: “Il core business della Brianza non è la finanza ma la fabbrica, la produzione. Il brianzolo diffida del mondo della finanza, se potesse i soldi li metterebbe sotto un materasso”, al contrario dell’imprenditore interpretato da un calibrato e centrato Fabrizio Gifuni. Se invece la prospettiva era quella umana e “rappresentativa di ovunque”, il risultato ricorda Frankie HG e le accuse di fine anni ‘90 (“…e come le supposte abitano in blisters full-optiona, con cani oltre i 120 decibels e nani manco fosse Disneyland, vivon col timore di poter sembrare poveri, quel che hanno ostentano e tutto il resto invidiano, poi lo comprano, in costante escalation col vicino costruiscono: parton dal pratino e vanno fino in cielo, han più parabole sul tetto che S.Marco nel Vangelo e sono quelli che di sabato lavano automobili che alla sera sfrecciano tra l’asfalto e i pargoli”) mentre i personaggi sono imprigionati nella struttura stessa che divide la vicenda in tre capitoli (tre diversi punti di vista) e in generale poco sfaccettati.

C’è quindi un Fabrizio Bentivoglio , piccolo borghese “going to” con il conto in rosso e l’Audi in leasing, c’è una “Veronica Lario naif”, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi, sorella di Carla Bruni, ingenuamente destabilizzante in alcuni momenti (“Cos’è la polizia?”) e una specie di Giulietta in moto (Matilde Gioli), alla ricerca del vero amore. Ogni personaggio e ogni capitolo corrispondono al cambio di genere: si parte dalla com- media nera (Dino) per passare a toni sfumati di transizione (Carla) fino ad arrivare alla tragedia (Serena) come specifica dei giovanissimi, e questo è un peccato perché la vicenda costruita sull’arrivista Dino (un vago eco delle storie di Dino Risi e della feroce commedia all’italiana) era la più congeniale alla storia di “capitale umano” e sicuramente la prospettiva più aderente a Virzì, mentre quella di Carla (che di nuovo etichetta la cultura a sinistra o come panacea della noia) è debole e quella di Serena sfocia in un melodramma dark.

Il vaso di Pandora non scoperchia la speranza (la maggior parte dei personaggi ha un’anima nera e i pochi idealisti soccombono per mancanza di forza) e il Romeo della situazione, presentato come puro e delicato, non è immune al fascino di un SUV da guidare a duecento all’ora sui tornanti nel cuore della notte. La gioventù bruciata è un ricordo incantato rispetto a questa, viziata e annientata dai consumi.

A prescindere dalle polemiche leghiste e non, il film ha basi buone ma non arriva al cuore. Se “il capitale umano” è subordinato alla struttura economica, quello semantico del racconto dovrebbe mirare più in alto e, svincolandosi dalla semplice rappresentazione della realtà con o senza messaggio morale, fornire le chiavi per una più alta comprensione.

Voto: 6

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