Vulcano

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Ixcanul – Guatemala/Francia 2015 – di Jayro Bustamante

Drammatico – 93′

Scritto da Ivana Mette (fonte immagine: imdb.com)

Ambientato in Guatemala, nel cuore di comunità di etnia maya, Vulcano racconta un mondo sospeso tra credenze ancestrali ed echi lontani di modernità. Protagonista del film è la giovanissima Maria, che vive e lavora con la sua famiglia in una piantagione di caffè alle pendici di un vulcano. Nonostante sogni di andare nella “grande città, la sua condizione non le permette di cambiare il proprio destino: a breve la aspetta un matrimonio combinato con Ignacio, il supervisore della piantagione. L’unica via d’uscita si chiama Pepe, un giovane raccoglitore di caffè che vorrebbe andare negli Stati Uniti: Maria lo seduce per poter fuggire insieme a lui, ma dopo promesse e incontri clandestini Pepe se ne va e la abbandona incinta. Più tardi, il morso di un serpente la costringerà a raggiungere quel mondo moderno che ha sognato così tanto, e che le salverà la vita. Ma a che prezzo?

La protagonista del film – spiega il regista – “è un personaggio che lotta per forgiare con le sue mani il proprio destino, malgrado le sia vietato farlo”. Il ritratto privato di questa giovane donna, però, si specchia nella descrizione di un grave problema sociale: “Sfortunatamente – continua Bustamante – le comunità che abitano gli altipiani guatemaltechi hanno subito il violento impatto del traffico di minori nel corso del conflitto armato che ha flagellato il Paese e anche oltre (1960-1996). Il rapimento di bambini in Guatemala non è un segreto: con soli 14 milioni di abitanti, è diventato il principale esportatore di bambini nel mondo. L’ONU riferisce di 400 sequestri di minori ogni anno, portati a termine in condizioni di assoluta impunità: una problematica molto vasta e oscura che implica la responsabilità di numerosi soggetti, tra cui funzionari pubblici come notai e giudici, oltre a medici, direttori di orfanotrofi e molti altri. il mio interesse si è focalizzato sulle madri, vittime di questa aberrazione”.

Per le lande desolate del Guatemala, si evolve la storia di questo film, che come un docu-diario immortala piccoli frammenti di vita e essenza di luoghi e persone che si presentano rispecchiare la realtà e l’antichità di una terra e un popolo che sia allontana anni luce dalla civiltà e, proprio per questo mantiene, seppur con note negative di profondo rilievo, la sua purezza. Il desiderio di evasione e di ottenere una vita migliore colma l’intero film, il quale perciò si presenta quale terrorizzante ritratto di un’arretratezza e povertà che rimangono intricate e radicate nella realtà odierna e dun- que nella pellicola, che ne fa da specchio duro e crudo. Alle meravigliose location e ai paesaggi, corrono in parallelo non solo le vicende che vanno a caratterizzare la vita rurale di una famiglia autoctona, ma anche una profondità di sguardi e d’animo che penetrano della mente di chi guarda e che forniscono come un alone magico a tutta la pellicola, nella quale aleggia lo spirito e la magnificenza del dio Vulcano, da cui, ovviamente, prende il nome il film. E grazie alla mastodontica montagna, siamo impregnati di un simbolismo e di una mistica presenza che molto ha di pagano, ma allo stesso tempo accomuna tutte le culture. Dalle ceneri la rinascita, Ardore, esplosione, nascita, vita. Lo spirito della natura viene elogiato ed esaltato quale essenza non solo del film in se, ma anche di ciò che esso rappresenta, dei suoi protagonisti e dei luoghi che come in una fotografia, sembrano un ricordo lontano, ma in realtà sono solo il filtro attraverso cui rappresentare una verità paurosa ed affascinante allo stesso tempo. Ma da questo fascino, tuttavia, parte anche una denuncia alle condizioni di vita del Guatema- la, nascosta ovviamente dall’esaltazione della sua bellezza e del fascino delle sue tradizioni. Tradizioni arcane e perciò belle da preservare, ma terrificanti per le nuove generazioni che si ritrovano a viverle senza la possibilità di sfuggirvi, se non nel sogno di raggiungere la terra delle mille opportunità, l’America. In toni lenti e impregnati di suoni naturali ed esoterici, la telecamera statica di Jayro Bustamante, ci permette di analizzare e vivere più punti di vista della stessa vicenda, o meglio, più emozioni, provate da diversi personaggi, attraverso il filtro di un unico punto di vista, ossia quello della protagonista, Maria. Unica occasione in cui la telecamera statica diventa una steady-cam è in quello che può essere considerato il momento più attivo, se non l’unico, dell’intera vicenda, ossia quello in cui (spoiler) la protagonista viene trasportata d’urgenza in ospedale, in seguito all’insuccesso di un rituale atto a scacciare i serpenti che infestano le piantagioni. Quello è l’unico momento in cui percepiamo la vera paura e il timore di un finale tragico. Nella scena precedente a quella sopra citata si evidenzia in maniera esponenziale il profondo rapporto madre-figlia che costituisce il fulcro di tutta la storia. Un rapporto intenso e conflittuale allo stesso tempo, ma impregnato di una complicità che nulla ha da invidiare ai moderni rapporti materni che si sviluppano nelle civiltà più evolute. Un punto di contatto insomma tra due realtà così diverse e allo stesso tempo così vicine, essendo una l’evoluzione dell’altra. E, seppur non vediamo la messa in scena di un vero e proprio parallelismo esplicito fra le due, salta subito alla mente. Un docufilm molto interessante e coinvolgente, che lascia l’amaro in bocca, ma allo stesso tempo soddisfa e fa riflettere sull’immensità del mondo che ci circonda e delle sue molteplici realtà.

Voto: 7

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