Memento

USA 2000 – di Christopher Nolan – thriller – 113′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: imdb.com)

Leonard Shelby è affetto, in seguito ad un incidente, da un disturbo della memoria a breve termine, di conseguenza non riesce a ricordare nulla di ciò che gli accade e per vivere ha adottato un metodo basato su appunti scritti su post-it e addirittura sulla propria pelle. Infatti il suo corpo è ri- coperto da numerosi tatuaggi che gli danno indicazioni su cosa è successo e cosa dovrà fare. Leonard ha una missione da compiere, infatti il tatuag- gio più grande, sul petto, dice che sua moglie è stata stuprata e uccisa da un certo John G. che è anche colui che colpendolo alla testa gli ha provocato il disturbo alla memoria: Leonard vuole a tutti i costi trovarlo ed ucciderlo. Nella sua missione di vendetta viene apparentemente “aiutato”  da alcune persone, tra cui Teddy, che si definisce suo caro amico, e Nathalie, che ha perso il marito e lo aiuta per compassione. In realtà Leonard a causa del suo disturbo non ricorda nemmeno i volti delle persone e per decidere di chi può fidarsi e di chi no, gira con della polaroid su cui annota il nome delle persone e la sua impressione su di esse. Alle poche righe scritte sulle foto Leonard deve per forza credere.

“Credevo che il bello dei libri fosse scoprire cosa succede dopo” (Leonard Shelby)

Memento segna l’apice di uno stile: quello del cosiddetto post-moderno. Dopo aver narrato la quasi totalità delle storie possibili durante l’epoca “classica” Hollywood e il cinema europeo si interrogano su sé stessi, su quale ruolo possano continuare a svolgere per continuare a celebrare la grandiosa arte cinematografica. Tutte le storie possibili sono già state rac- contate. Sono gli anni ’60 e ci si chiede come uscire dall’impasse. Si inizia a pensare che forse non è la storia in sé ad essere importante, ma il modo in cui è raccontata. Rifioriscono le sperimentazioni e le avanguardie, ritorna
in auge lo spirito dell’autore-artista. È l’inizio di un nuovo modo di conce- pire il cinema. Memento rappresenta l’apice di questa nuova mentalità, andando a scardinare in maniera radicale uno dei capisaldi del cinema: la linearità cronologica. Il tempo della narrazione viene frantumato in tanti minuscoli frammenti, ricomposti attraverso un montaggio da oscar (non dato. Con buona pace del povero Dody Dorn) all’inverso rispetto alla nar- razione canonica. Si inizia dalla fine insomma, con una pallottola che sfon- da il cranio di un tipo simpatico con gli occhiali. E non si capisce perchè.

Poi pian piano si va all’indietro, ma sempre a tentoni, e con grosse difficol- tà iniziali per uno spettatore confuso e disorientato. Dopo un po’ ci si rac- capezza. Si entra nel giro. Anche se non è semplice entrare nell’ottica che il bello del film sta nello scoprire cosa succede prima, e non dopo. È un cam- biamento di prospettiva epocale, che sconvolge il concetto stesso del flash- back, in genere strumento limitato e circoscritto. Memento sembra un flashback continuo che si rigenera vorticosamente su sé stesso. Già solo l’i- dea fa venire i brividi per la genialità. “La memoria può cambiare la forma di una stanza, il colore di una macchina. I ricordi possono essere distorti, sono una nostra interpretazione, non sono una realtà, sono irrilevanti rispetto ai fatti” (Leonard Shelby)

La storia è inframmezzata da un altro episodio, questo sì raccontato con cronologia lineare (anche se anch’esso narrato a piccoli spezzoni, nell’otti- ca di mantenere alta la suspence attraverso una ricostruzione del puzzle lenta e sorprendente), in cui un lirico bianco-nero mostra il protagonista raccontare al telefono (non si sa bene a chi) la storia di Sammy Jankis, un tale che non riusciva più ad assimilare nuovi ricordi se non per pochi mi- nuti. Poi il cervello, simile ad un computer, si resetta, rendendo la vita un continuo inframmezzarsi di nuove sensazioni sorte dal nulla. Forse sensa- zioni, emozioni e fatti ripetuti più e più volte, pur se in maniera sincera ed inconsapevole. Ma per l’individuo che non li ricorda non è un problema. La cosa diventa però morbosamente affascinante per l’osservatore esterno, cioè noi. Il caso di Leonard Shelby (un monumentale Guy Pearce) è però doppiamente ambiguo: il protagonista è un “eroe” la cui smemoratezza rende un personaggio impossibile da catalogare moralmente (tanto da diventare spesso e volentieri un “anti-eroe”). Leonard rifiuta infatti una vita d’automa e si impone un’esistenza “normale”, che se non può essere costruita sulla memoria si erga sull’incontrovertibilità dei fatti che annota meticolosamente e razionalmente con foto, tatuaggi, blocchetti di carta.

“Sono disciplinato e organizzato. Uso ordine e metodo per rendere la mia vita possibile” (Leonard Shelby)

Vista da questo punto di vista non stupisce che Leonard Shelby, incapace di avere un appiglio psicologico stabile e solido, cerchi di ricostruire la pro- pria normalità attraverso un codice di vita geometrico e rigoroso. Paranoi- co ed inadatto forse per una socialità civile, perfetto invece in un ruolo “po- liziesco-militare”, per il quale viene sfruttato da terzi. Emerge una splendi- da (ancorchè terribile) doppia metafora: da un lato troviamo Leonard come rappresentante perfetto dell’individuo moderno: abulico, incapace di credere a niente, sconvolto dai progressi e dai fallimenti delle scienze teo- retiche e pratiche, eppur bisognoso di costruirsi delle solide basi su cui piantare la propria vita. Dall’altro lato ci viene ribadito quanto sia non solo la realtà spirituale, ma la stessa realtà materiale così suscettibile di mani- polazioni, falsificazioni, mistificazioni. Niente è sicuro, quasi tutto invece è menzogna. Ma se pur scopriamo l’origine di tale menzogna non riusciamo ad accettarla, perchè ne saremmo sconvolti ad un punto tale da non riusci- re più a vivere. Popper e la sua cricca di neopositivisti se la ghignerebbero come matti.

D’altronde è davvero difficile immaginare descrizione migliore dell’indivi- duo Occidentale contemporaneo…

“Lei non c’è più e il presente è un vuoto che ricopio sui miei maledetti ap- punti” (Leonard Shelby)

Notevole, anche se meno originale, è il tema dell’amore come volontà crea- trice/distruttrice. Tutto nasce dall’amore e muore per esso. L’incidente, lo smarrimento esistenziale, l’handicap cerebrale, la ricerca di nuove ragioni di vita… tutto deriva dalla perdita di “Lei”. Tanto meno si riesce ad accetta- re che la perdita di Lei possa essere originata da una propria inconsapevole
colpa. Come si potrebbe continuare a vivere avendo presente che la propria ragione di vita è stata eliminata da sé stessi? Se l’amore diventa un orizzon- te morto la soluzione trovata da Leonard è classica: serve costruirsi un ne- mico. Perchè quindi non prendere due piccioni con una fava? Perchè non creare un nemico che dia una ragione allo sforzo titanico di mantenere una vita “normale”, rendendola addirittura anche più nobile, venendo additato come il responsabile dello stupro e della morte della propria Lei?

“Tu non vuoi sapere la verità, tu crei la tua verità!” (Teddy)

C’è solo un piccolo particolare in tutto ciò: la ragione di Leonard non è orientata al bene altrui, ma al bene proprio. Il che lo porta a mentire a sé stesso, creando fatti inesistenti. Non conta quindi la verità in sé, ma conta  il percorso (e il tentativo) di raggiungimento di una verità che si adatti bene alle proprie necessità spirituali. Il che rende peraltro Leonard un pro- tagonista talmente ambiguo da uscire dalla stessa dicotomia eroe/antieroe, riconducendolo all’essere umano medio, né migliore né peggiore di altri.Semplicemente umano, e come tale debole, insicuro ed imperfetto. Con la- cune tali per cui diventa impossibile introdurre la stessa nozione di “mora- le”, e quindi di “bene” e di “male”.

Sartre e Husserl ci avrebbero potuto scrivere dei saggi notevoli. I Nolan (Christopher e Jonathan, co-sceneggiatori sulla base di un soggetto realizzato dal secondo) riescono nel miracolo di parlare di fenomenologia ed esistenzialismo tramite un noir thriller avanguardistico che dal punto di vista stilistico-formale appare già impeccabile, svelando al mondo intero le capacità registiche di Christopher, novello Martin Scorsese del nuovo secolo.

Memorabile.

Voto: 10

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