Manhattan

USA,  1979– di Woody Allen–Commedia/Drammatico/Sentimentale – 96′ –

Scritto da Robin Whalley (fonte immagine:Riminiturismo)

Isaac Davis (Woody Allen) è un commediografo televisivo che vive a New York, la città che ama e su cui sta scrivendo un libro. Appena divorziato da sua moglie Jill (Meryl Streep), che vuole pubblicare un romanzo dettagliato sulla loro relazione, Isaac si ritrova 42enne fidanzato con una studente 17enne, Tracy (Mariel Hemingway). Nel frattempo Yale (Michael Murphy), professore universitario e migliore amico di Isaac, è sposato con Emily (Anne Byrne), ma da poco esce con un’amante, Mary (Diane Keaton). Inizialmente all’interno del gruppo di amici Isaac e Mary sembrano non andare d’accordo, ma in seguito i dubbi e le ansie di Isaac riguardo la sua prematura relazione con Tracy gli faranno cambiare idea, non senza conseguenze per i suoi rapporti.Le prime note della Rapsodia in Blu di George Gershwin, combinate divinamente con lo skyline della città di New York, ripreso in un magnifico bianco e nero. La voce di Woody Allen (come sempre doppiato in italiano da Oreste Lionello) prende la parola: “Capitolo primo: adorava New York, la idolatrava smisuratamente. Ma no, è meglio, la mitizzava smisuratamente, ecco. Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva in bianco e nero, e pulsava dei grandi motivi di George Gershwin…

Naturalmente questo è l’incipit di uno dei più famosi monologhi d’apertura della storia del cinema, e naturalmente Isaac Davis non sta solo cominciando a scrivere il suo libro, ma sta descrivendo il film che stiamo guardando. E non è certo un caso che Isaac sia interpretato da Woody Allen, il che non può farci sbagliare: egli è follemente innamorato di questa città, o meglio “era duro e romantico, come la città che amava. Dietro i suoi occhiali, dalla montatura nera acquattata ma pronta al balzo, la potenza sessuale di una tigre, no aspetta ci sono, New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata“. E proprio come una tigre Allen dà quindi libero sfogo alla melodia di Gershwin, che fa da collante ad un montaggio di immagini di vita quotidiana newyorkese la cui perfezione è più evidente ogni volta che lo si riguarda.
Come per ogni grande film, questa scena iniziale è davvero la chiave d’accesso per entrare nello spirito di Manhattan. In un modo o nell’altro, tutti gli elementi caratterizzanti del film possono essere trovati già qui. Per iniziare, questo primo discorso è un esempio sublime di abilità, eloquenza e autoironia nell’uso delle parole. Quando uno pensa ad un tipico film di Woody Allen di solito vengono in mente immagini di persone che parlano, e questo film non fa certo eccezione, presentandoci continuamente conversazioni ai tavoli, nei musei, in strada, in casa.

Ogni scena è basata su un dialogo di qualche tipo, sembra che i personaggi non facciano altro. E’ per nostra fortuna, quindi, che si tratta di grande dialogo, capace di sembrare del tutto naturale mentre in realtà sia abilmente e precisamente costruito per inserire battute memorabili esattamente al momento giusto. Se mai qualcuno dovesse dubitare del talento di Allen come sceneggiatore, o anche solo come scrittore di dialoghi, gli basterà vedere questo film per convincersi del tutto. Una tra le mie preferite e più famose, per farvi un esempio: “Ebbene io sono all’antica, non credo nei rapporti extra-coniugali. Credo che le persone dovrebbero accoppiarsi a vita, come i piccioni, o i cattolici“. Se avete anche solo accennato ad un sorriso leggendo questa battuta, avete colto un altro elemento importante. Ovvero che questo è anche uno dei suoi film più divertenti. Specialmente dopo il successo e la novità che fu Io e Annie, si dimentica facilmente che Allen è sempre stato prima di tutto un comico, e qui ne dà piena dimostrazione, nelle situazioni più diverse. Subito dopo la celebre scena del planetario, che di solito è ricordata come un momento intimo e romantico più che comico, Isaac dice cose del genere: “Ma eri così sexy, sai: eri tutta bagnata di pioggia e… io… avevo il folle impulso di metterti contro la superficie lunare e… darmi a… perversioni interstellari“. Pura stand-up comedy (di cui Allen negli anni 60′ era un noto esponente, prima di entrare definitivamente nel mondo del cinema).

Ritornando a questa scena, forse quella fondamentale per il rapporto fra Isaac e Mary, è però anche vero che sì, è un momento profondamente romantico, come parecchi altri nel film. Perchè dopotutto questa è una storia d’amore, non solo fra i singoli personaggi, ma fra Allen e la sua città. Nelle scene più memorabili, come quando Isaac e Mary sono seduti sulla panchina davanti al Queensboro Bridge alle prime luci dell’alba, oppure quando Isaac e Tracy prendono una carrozza e fanno un giro per Central Park, oppure ancora mentre Isaac, dopo il toccante monologo sul “per cosa vale la pena vivere”, corre in strada per raggiungere Tracy, la città non fa semplicemente da sfondo, ma ha un vero e proprio ruolo e sembra interagire attivamente con i protagonisti, esprimendosi tramite gli splendidi pezzi orchestrali di Gershwin. Se c’è mai stato un film che non può assolutamente prescindere dal luogo in cui è ambientato, questo è Manhattan.Quest’ultimo aspetto mi porta a parlare dell’elemento che secondo me distingue questo dalla mag-gior parte degli altri suoi film. Sempre ricorrendo all’immaginario comune di film alla Woody Allen, uno solitamente non si aspetterebbe che la stessa cura per la sceneggiatura sia riservata anche all’aspetto visivo.

Eppure qui lo si può dire benissimo, anzi, si può dire che parole e immagini abbiano lo stesso identico peso e raggiungano un delicato equilibrio. Ogni inquadratura, ripresa dall’immenso direttore della fotografia Gordon Willis (collaboratore anche di Francis Ford Coppola, tra gli altri), è un capolavoro di composizione dell’immagine e dell’uso dei contrasti di luci e ombre che solo il bianco e nero può creare, al punto che diventa praticamente un sacrilegio anche solo immaginarsi Manhattan a colori. Non parlo solo di momenti come la già citata scena del ponte di Queensboro, diventata ormai un’icona a sè stante, ma anche di semplici dialoghi in strada o negli appartamenti, come ad esempio una delle prime scene, dove Tracy è seduta sul divano della casa di Isaac e quest’ultimo arriva dalla cucina, si unisce a lei (“grandioso, sto uscendo con una che deve fare i compiti“) e poi i due si rincorrono sulla scala a chiocciola, scomparendo al piano di sopra. Tutto in un unico, fisso piano sequenza. Siccome penso di aver già sprecato troppe parole non mi dilungo sulla trama, anche perché credo che questo sia uno di quei film che vanno scoperti da soli, e meno ne si sa meglio è (ma non vale forse per tutti?). Se c’è però un’ultima cosa che devo dire è su quella splendida scena finale, altrettanto importante di quella iniziale per comprendere tutto il film.

Isaac sta correndo da Tracy, in par-tenza per l’Inghilterra per un viaggio di studio, e i due si incontrano appena in tempo nella hall di un hotel, proprio mentre Tracy sta per caricare le valigie sul taxi. Isaac sa di essere in ritardo e di aver sbagliato, ma istintivamente ha ancora la speranza di poter mettere a posto le cose, di far tornare tutto come prima. Tracy, che ha 25 anni meno di lui, lo mette di fronte alla dura realtà, ovvero che la decisione è stata presa e che lei non ci sarà per sei mesi, e che, eventualmente, tutto si potrà risolvere solo dopo questa lunga pausa. In altre parole, si dimostra molto più matura di Isaac. E’ un momento allo stesso tempo amaro e dolce, triste e comico, infantile e adulto. E’ anche, nella mia modesta opinione, l’apice della carriera recitativa di Allen, che riesce a rendere Isaac come un individuo intelligente ma anche profondamente immaturo, che ha sempre vissuto in un suo mondo costruito su misura e dove era in controllo e che adesso, tutto ad un tratto, si ritrova a dover affrontare una situazione che non aveva previsto e che non sa come gestire. E, proprio nel momento in cui si rende conto che è finita, parte in sottofondo la conclusione della Rapsodia in Blu, con cui tutto era iniziato. L’ultima battuta, pronunciata da una dolce e rassicurante Mariel Hemingway e contrapposta alla faccia rassegnata di Allen, ci lascia su una nota di malinconia ma anche, volendo, con un messaggio da conservare: “Bisogna avere un po’ di fiducia, sai, nella gente“.

Voto:9

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