Sideways – In viaggio con Jack

USA,  2004– di Alexander Payne– Commedia/Drammatico– 123′ –

Scritto da Robin Whalley (fonte immagine:Roger Ebert)

Miles (Paul Giamatti) è un professore di lettere in attesa che il suo primo libro venga (forse) pubblicato. La sua grande passione è però quella per il vino, specialmente per il Pinot. Il suo grande amico di vecchia data Jack (Thomas Haden Church) si sposa tra una settimana, perciò quale occasione migliore per fare un viaggio di addio al celibato nelle contee vinicole della California? Miles e Jack iniziano quindi un’avventura che li porterà ad assaggiare i vini più prelibati nonché a conoscere Maya (Virginia Madsen) e Stephanie (Sandra Oh), entrambe impiegate nell’industria vinicola, e che li costringerà a riscoprire se stessi. C’è una stranissima sensazione che si presenta quando partono i titoli di coda di Sideways – In viaggio con Jack: lo riguarderemmo volentieri subito. Un grande film, di solito, è un’esperienza profondamente soddisfacente quanto in un certo senso sfiancante, da cui è necessaria una pausa per metabolizzare quello che si è appena visto. Sideways, diretto dal moderno maestro Alexander Payne, al contrario ci invita a rimanere nel suo mondo, nella sua storia.

Il grande critico Roger Ebert, morto nel marzo del 2013, recensendo il film alla sua uscita negli USA ha scritto: “La felicità è distribuita dove ce n’è bisogno e trattenuta dove serve, e alla fine del film abbiamo l’impulso di riguardarlo di nuovo.” Perché questo impulso? La risposta si potrebbe riassumere nella constatazione che questo film non solo tratti nientemeno che della vita, ma che ne abbia lo stesso ritmo leggermente caotico e vagante, senza la necessità ingombrante di una meta precisa, di una catarsi finale verso cui tutto tende. Ogni evento avviene nel modo più naturale possibile, come se stessimo assistendo a un documentario sui nostri vicini di casa o sui nostri amici. Ogni azione, che sia piccola o di grande importanza, si porta dietro una serie di conseguenze. Sembrerebbe quasi, dicendo così, che tutto sia più o meno improvvisato, ma Sideways è tutt’altro. La sceneggiatura, scritta da Payne e Jim Taylor a partire da un romanzo di Rex Pickett e che è valsa al film il suo unico Oscar, è un modello riconosciuto di adattamento cinematografico di un romanzo. Il dialogo e la struttura sono perfettamente equilibrati e combinati, ma ciò che fa la differenza è la caratterizzazione dei personaggi. Ogni loro singolo dettaglio è talmente verosimile che è difficile pensare che sia stato costruito, ma lo è, e in modo sublime. Grazie anche al contributo fondamentale degli attori, specialmente i quattro principali.

Il primo da menzionare è naturalmente un Paul Giamatti mai migliore nel ruolo del protagonista Miles. Mi rendo conto che è a dir poco inutile polemizzare con l’Academy a distanza di ormai 10 anni, ma permettetemi di dire che non assegnargli nemmeno una nomination è stato a dir poco criminale. Anche tralasciando l’incredibile mimica facciale e la quieta disperazione che anima ogni secondo del personaggio, come è possibile resistere a “No, no, se qualcuno ordina un fottuto Merlot io me ne vado!” Inspiegabile. Altro protagonista è un Thomas Haden Church, lui sì nominato all’Oscar, divertentissimo e allo stesso tempo patetico nel ruolo di Jack, anima gemella di Miles dai tempi del liceo. Il suo spirito animale e irriverente è, per buona parte del film, un perfetto antidoto alla semi-depressione costante dell’amico, e il loro rapporto riesce a creare una magica alchimia che ci permette di credere appieno al loro profondo legame. L’altra, unica nomination attoriale è andata invece molto meritatamente a Virginia Madsen nel ruolo di Maya, cameriera appassionata di vino. E’ una performance di una delicatezza inaudita ma che rivela, sotto sotto, una donna convinta di quello che fa e sempre all’erta. Il momento rivelatorio è quel magico dialogo che avviene tra Maya e Miles sulla soglia della veranda, in cui entrambi parlano del loro amore per il vino, mentre in realtà è chiaro che stanno parlando di se stessi.

Veranda che fa parte della casa dell’ultima protagonista, Stephanie, interpretata da un’ottima Sandra Oh (divenuta poi celebre in Grey’s Anatomy), una madre premurosa e che all’occorrenza sa tirare fuori gli artigli, sessualmente parlando e non solo. E’ un quartetto splendido che funziona proprio perché nessuno è superfluo o forzatamente inserito ma ognuno è necessario, a suo modo, al proseguimento della storia. Non c’è alcuna difficoltà nell’immaginarsi questi personaggi proseguire imperterriti nelle loro vite, e magari un giorno, chissà, bussarci alla porta, come avviene nell’ultima, toccante e perfetta inquadratura finale. Un ruolo di non poca rilevanza ha anche la musica originale di Rolfe Kent, composta in uno stile jazz che si adatta fluidamente e in modo mai invadente al susseguirsi delle emozioni dei personaggi. Un ottimo contributo lo danno anche la fotografia leggermente ovattata di Phedon Papamichael e il montaggio ben calibrato di Kevin Tent, anch’essi frequenti collaboratori di Payne in film precedenti e successivi a questo. In altre parole, Sideways è un capolavoro del cinema moderno, orchestrato da un autore ormai consolidato quale è Alexander Payne. C’è, nei suoi film, una sensibilità verso le questioni umane che non è comune, e che è però fondamentale alla sopravvivenza e all’integrità del cinema americano, e non solo, di oggi. Payne è un erede diretto di umanisti come Charlie Chaplin o Billy Wilder, capace com’è di cogliere nello stesso film, se non nella stessa scena, il lato comico e quello tragico della natura umana, in un mix ambivalente eppure squisitamente miscelato che risulta sempre organico, vivo, pulsante di un battito proprio. Quello stesso battito che scandisce ogni minuto della nostra esistenza.

Voto: 10

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