Synecdoche, New York

 

USA,  2008– di Charlie Kaufman– Drammatico– 124′ –

Scritto da Robin Whalley (fonte immagine:Collectors.com)

Caden Cotard (Philip Seymour Hoffman) è un regista e autore teatrale che vive a New York insieme alla moglie Adele (Catherine Keener) e alla figlia Olive. A seguito della sua ultima regia, Caden entra man mano in un profondo stato di crisi, complice anche una misteriosa malattia che rende le sue capacità di percezione sempre più deboli. Adele, frustrata dal marito, decide di andare in Germania con la figlia per non tornare più, evento che porta Caden prima ad avere una relazione con la segretaria Hazel (Samantha Morton) e poi a risposarsi con un’attrice (Michelle WIlliams). Nel mezzo di tutto ciò, Caden riceve inaspettatamente il prestigioso premio MacArthur, equivalente a una grossa somma di denaro, che egli decide di spendere per la sua ultima, grandiosa opera teatrale. Allestito all’interno di un enorme capannone, lo spettacolo consiste nella ricreazione sul palcoscenico della sua vita giorno per giorno, con l’aiuto di migliaia di attori. Il progetto, che si protrae per decenni e senza l’ombra di un pubblico, prenderà poco a poco il sopravvento sulla vita reale di Caden, rendendo sempre più sottile il confine fra realtà e finzione. “I know how to do it now. There are nearly thirteen million people in the world. Can you imagine that many people? And none of those people is an extra. They’re all leads of their own stories. They have to be given their due.”

Ora so come farlo. Ci sono quasi tredici milioni di persone nel mondo. Te lo puoi immaginare? E nessuna di quelle persone è una comparsa. Ognuno è protagonista della propria storia. Bisogna dargli quello che gli spetta.” “Synecdoche” [pr. si-nek-doh-kii]:trascrizione inglese di “sineddoche“, la figura retorica in cui si indica una parte (i quasi 13 milioni di abitanti di New York) per il tutto (i quasi 8 miliardi del mondo intero), e che si pronuncia in modo affine a “Schenectady“, contea newyorkese dove è ambientato il film. Contea abitata da una folta comunità ebraica di cui fanno parte sia Charlie Kaufman, autore e regista del film, sia il suo protagonista Caden Cotard, autore e regista teatrale interpretato dal grande Philip Seymour Hoffman, notoriamente scomparso il 2 febbraio 2014, a causa di un’overdose di eroina. Una morte assurda e precoce che i distributori italiani hanno pensato bene di sfruttare a fini commerciali, decidendo di proiettare il film ben 6 anni dopo la sua realizzazione, ormai nel lontano 2008. Meglio tardi che mai, per guardare il bicchiere mezzo pieno. E così Synecdoche, New York, film che negli ultimi anni è stato oggetto delle discussioni più varie, delle teorie più originali e delle lodi più estatiche così come dei giudizi più perplessi, arriva finalmente anche qui. Complicato, strano, impenetrabile saranno alcuni degli aggettivi più usati, ma di una cosa si può essere certi: nessuno lo capirà completamente dopo la prima visione.

Non è semplicemente possibile per un film dove la realtà quotidiana, le proiezioni mentali e gli sbalzi temporali di anni interi fanno parte dello stesso intricatissimo tessuto. E’, in altre parole, il film definitivo del e sul suo autore, Charlie Kaufman, che si è costruito la reputazione scrivendo titoli “psicanalitici” come Essere John Malkovich, Il ladro di orchidee ed
Eternal Sunshine of the Spotless Mind. Ora, dopo l’affidamento a Spike Jonze e Michel Gondry,
Kaufman ha tutte le redini nelle proprie mani, e non ne lascia andare una. Ciò che ne risulta rappresenta una sorta di manifesto ultimo, almeno fino ad ora, della sua inconfodibile visione sulla mente e sulla natura umana. Synecdoche, New York, non c’è dubbio, è un film complicato, strano e a volte impenetrabile, ma questo non vuol dire che non se ne possano apprezzare le singole qualità. A partire dalla sceneggiatura scritta da Kaufman, il cui linguaggio incredibilmente denso e eloquente dà spesso la sensazione di assistere, appunto, a un copione teatrale. La vita quotidiana non è però mai persa di vista, ed è anzi esposta in molte delle sue sfaccettature più squisitamente imbarazzanti. I numerosi personaggi sono talmente ricchi e complessi da farci credere di guardare a delle persone reali e assolutamente normali, che naturalmente è come dire che non lo sono affatto. Per la prima volta Kaufman dimostra non solo di avere delle splendide idee, ma anche di poterle realizzare concretamente riuscendo a coordinare ogni elemento. Ad aiutarlo ci sono vari collaboratori, tra cui spiccano Jon Brion per le musiche, Mark Friedberg per le scenografie e, specie nell’ultima parte, Mark Russell per gli effetti visivi.

Il cast è pressoché perfetto. Innanzitutto, gli splendidi e affascinanti ruoli femminili, la grande maggioranza, sono interpretati da altrettanto splendide e affascinanti attrici. Basta l’elenco per rendersi conto di che calibro stiamo parlando: Samantha Morton, Catherine Keener, Michelle Williams, Emily Watson, Dianne Wiest, Jennifer Jason Leigh, Hope Davis. Le parole non sono sufficienti per elogiare il lavoro di ognuna, bisogna vederle con i propri occhi. Discorso che indubbiamente vale anche per Philip Seymour Hoffman, ma per il quale qualche parola
è dolorosamente necessaria. C’e una scena, a circa metà del film, in cui il suo Caden Cotard sta parlando davanti a una platea di attori, ammassati all’interno di uno stanzino piccolo e stretto. Li ha riuniti per dare avvio al suo prossimo progetto, che sarà il suo più grande e ambizioso, e per cominciare ognuno dovrà esporsi completamente, mettendosi a nudo di fronte agli altri. Caden è il primo a farlo: “Io morirò e anche tu, così come tutti qua dentro. Questo è quello che voglio esplorare. Ci stiamo tutti precipitando verso la morte, eppure adesso siamo qui, vivi. Ognuno sa che dovrà morire, ognuno crede segretamente che non succederà.” A soli quattro mesi e mezzo dalla sua morte (al momento della redazione dell’articolo, NDR), sono parole che risuonano in modo quasi insopportabile. Non perché siano in qualche modo profetiche, come potrebbero?

No, è perchè sono parole tremendamente vere, che rendono semmai ancora più tragica e dolorosa la consapevolezza che un uomo, un attore del suo talento, e ancor prima un padre di tre figli, possa abbandonare la lotta da un momento all’altro e morire in un appartamento newyorkese, completamente solo. Philip Seymour Hoffman non era una movie star, era un caratterista dall’aspetto più che normale che interpretava uomini più che normali, frustrati, delusi, impauriti e pieni di tutti i nostri vizi e difetti, dai più grandi ai più piccoli. Lui era noi e noi eravamo lui, ci rispecchiavamo e trovavamo un po’ di consolazione nel poter dire di non essere gli unici. Qualcosa di molto simile avviene proprio a Caden, una delle sue creazioni più permettamente imperfette, un uomo rispettato e ammirato ma allo stesso tempo tormentato dai dubbi su sè stesso, che possiede una curiosità genuina per le cose e gli eventi del mondo ma non crede di essere in grado di catturarli davvero, di comprenderne il senso. E’ un uomo impaurito dalla morte, e per questo vuole lasciare qualcosa di immortale, il suo capolavoro: uno spettacolo dove ogni giorno della sua vita venga riprodotto, senza tagli e compromessi. E un giorno, inevitabilmente, si presenta a lui Sammy (Tom Noonan) per interpretare il suo ruolo. Caden ha un momento in cui si rispecchia, in cui vede le proprie ansie, i propri tormenti davanti a sè, visibili, e a stento può trattenere l’emozione.

E continua così per tutta l’ultima parte del film, dove ogni momento, ogni scena vengono riprodotti passo per passo su un palcoscenico, all’interno di un immenso capannone. E’ l’idea geniale, originale e spesso disorientante che sta alla base di tutto, e richiede uno sforzo di concentrazione non comune. Al contrario di Caden Cotard, Philip Seymour Hoffman non è mai stato veramente ossessionato con la morte, con il lasciare un segno. Lui lo considerava il suo lavoro, nel quale si è ritrovato a interpretare gli uomini più mortali, ed è diventato paradossalmente un po’ immortale. Può essere quasi irrispettoso nei suoi confronti, ma la sensazione, fortissima, è che ora che è morto, non è mai sembrato così vivo. Synecdoche, New York è un film particolare a dir poco. E’ decisamente lungo, non tutto funziona
(la casa in fiamme, ad esempio) e molto vi sfuggirà la prima volta che lo vedrete. Ma ha anche il coraggio di affrontare direttamente moltissime questioni difficili eppure presenti nella vita di ogni giorno, che tutti ci siamo posti almeno una volta. Nella sua essenza, è un viaggio che entra in profondità nella mente di un uomo. Giorni dopo averlo visto, vi accorgerete probabilmente che sarà entrato in profondità anche nella vostra.

Voto:9

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