The Program

 

 

Regno Unito, Francia-  2015– di Stephen Frears– Biografico/Drammatico/Sportivo– 103′

Scritto da Robin Whalley (fonte immagine:Spietati)

Nel 1993 il ventunenne Lance Armstrong (Ben Foster) inizia la sua carriera come ciclista professionista. Dopo un inizio difficile e una dura battaglia contro un inaspettato cancro ai testicoli, Armstrong si riprende e torna sulla scena sportiva diventando, da un momento all’altro, un campione internazionale. Di lì a poco vince, nel 1999, la sua prima di quelle che saranno ben sette maglie gialle al Tour de France. Il giornalista David Walsh (Chris O’Dowd) del “Sunday Times“, che lo aveva intervistato in occasione del suo primo Tour, conosce Armstorng e sa che una ripresa di questo genere non può essersi verificata se non con l’aiuto di sostanze dopanti. Walsh avvia quindi un’inchiesta che ricostruisce man mano la rete di doping, il cosiddetto Programma, che regnava nella squadra di Armstrong, sponsorizzata dal dottore italiano Michele Ferrari (Guillaume Canet). Nonostante le ripetute negazioni sull’uso del doping da parte di Armstrong, sarà eventualmente proprio un suo compagno di squadra, Flloyd Landis (Jesse Plemons), a rivelare l’esistenza del Programma e la sua importanza fondamentale per il suo straordinario successo, con la conseguente revoca di tutti e sette i suoi titoli del Tour e la condanna unanime del mondo sportivo e non solo. La prima e l’ultima inquadratura di The Program mostrano Lance Armstrong correre con la sua bicicletta, ma in due situazioni completamente opposte. Nella scena di apertura Armstrong si sta allenando in vista del Tour de France del 1993, l’evento che lo introdurrà al mondo del ciclismo professionale.

Nella scena finale lo stesso uomo sta risalendo in solitudine una collina, una metafora abba-stanza ovvia di ciò che sta per affrontare come protagonista assoluto dello scandalo di doping più famoso degli ultimi tempi. The Program non è però un film che parla di ciclismo, o almeno non tanto quanto parla dell’arte della menzogna e della persuasione. E’ chiaro fin da subito che Armstrong sia un maestro assoluto di tale arte ed è su questo punto che John Hodge (già sceneggiatore di Trainspotting) ha sostanzialmente basato la struttura del film, proponendo lo sportivo in situazioni sempre più estenuanti e difficili da gestire. Sebbene dopo aver superato la metà della storia il tutto cominci a essere un po’ ripetitivo, è anche vero che la performance di Ben Foster diventa sempre più focalizzata e accattivante, mostrando un uomo estremamente ambizioso e determinato, eppure talmente dominato dalle sue menzogne da averle gradualmente sostituite alla realtà, e di cui ha pagato infine il carissimo prezzo. Nella scena rivelatoria, verso la fine, Armstrong, subito dopo la premiazione del suo ultimo Tour, scambia un breve dialogo con il suo manager e scoppia in lacrime per essere arrivato “solo terzo”. L’aver tradito un ideale sportivo e competitivo non è nulla in confronto al non essere riuscito, per la prima volta da molto tempo, ad essere considerato il migliore in assoluto.

In questo senso, The Program assomiglia molto a The Social Network nella sua scelta di un personaggio poco amabile ma che ha indubbiamente cambiato la storia della sua disciplina (in questo caso decisamente in peggio). Proprio come nel film di Fincher anche qui ci sono molte scene di udienze e di interrogatori, ma il paragone non è favorevole ad Armstrong, giuridicamente e cinematograficamente parlando. Allo stesso modo molti altri elementi di The Program, sebbene di per sè decisamente interessanti, faticano a inserirsi appieno nella vicenda. In particolare molti personaggi secondari sembrano guardare Armstrong con un occhio distaccato e nessuno sembra mai avere un vero contatto con lui, rendendo molto difficile anche l’immedesimazione del pubblico. Presumibilmente il giornalista David Walsh dovrebbe fare da tramite tra noi e Armstrong, ma il suo personaggio, nonostante la prova decente di Chris O’Dowd, è troppo poco sviluppato per poterlo essere davvero. Lo stesso discorso vale per Flloyd Landis, impersonato efficacemente da Jesse Plemons, il
quale, per buona parte, ci dà un accesso esclusivo all’inquietante mondo del Programma e del suo metodo impeccabile per aggirare i controlli dell’anti-doping.

C’è anche una scena meta-filmica in cui il team discute di chi dovrebbe interpretare Armstrong in un film sulla sua vita, domanda alla quale Landis risponde con “Matt Damon”. Chissà che non fosse stato davvero considerato per il ruolo. Le performance di Guillaume Canet nel ruolo del dottore Michele Ferrari e di Dustin Hoffman in quello dell’assicuratore Bob Hamman sono invece decisamente non memorabili. The Program è indubbiamente un film ben assemblato, che scorre fluidamente grazie alla regia di Stephen Frears e all’ottimo montaggio del suo frequente collaboratore Valerio Bonelli, ma a conti fatti anche una rappresentazione abbastanza superificiale di una storia ormai arcinota, concludendosi in un finale quasi affrettato che taglia fuori una parte consistente degli eventi successivi alla rivelazione
pubblica dello scandalo. Per chi volesse approfondire la vicenda in modo più dettagliato, si
segnala il documentario The Armstrong Lie (2013) di Alex Gibney.

Voto:7

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