L’alba del pianeta delle scimmie

Rise of the Planet of the Apes- USA-2011-di Rupert Wyatt-Azione/Fantascienza/Drammatico/Avventura-110′.

Scritto da Antonio Falcone (Fonte immagine: Amazon)

Lo scienziato Will Rodman (James Franco), moderno Prometeo come lo fu il Dr. Frankenstein di Mary Shelley, ha sperimentato sui primati un nuovo farmaco, volto a curare l‟Alzheimer; gli effetti sembrano dapprima positivi, ma l‟aggressività improvvisa della prima cavia bloccherà i previsti test sugli uomini. Will però, influenzato dalla circostanza che il morbo affligge suo padre (John Lithgow), non solo trafugherà le scorte del farmaco per somministrarglielo gradualmente, ma alleverà il figlio della suddetta cavia, nel frattempo eliminata, dalla quale ha ereditato tutti i geni… Dopo quattro sequel, due serie tv, un remake ad opera di Tim Burton, incerto tra blockbuster ed autorialità, L’alba del pianeta delle scimmie, tecnicamente un prequel/reboot, riesce ora a riportare sul grande schermo quel senso di suggestiva inquietudine proprio dell‟opera originale, Il pianeta delle scimmie datato 1969, per la regia di Franklin J. Schaffner, liberamente tratto dall‟omonimo romanzo di Pierre Boulle, 1963 (Mondadori).

Un collegamento tra le due pellicole è poi possibile guardando al make-up e agli effetti speciali: se nel ’69 si innovava al riguardo, grazie all‟intuizione di John Chambers, applicare il trucco direttamente sul volto, per evitare “l’effetto maschera”,conseguendo un Oscar speciale, altrettanto avviene ora, con la sempre più stupefacente tecnica della perfomance capture, che trasferisce in digitale le espressioni degli attori, facendo sì che i primati, estremamente “vivi” in ogni loro espressione, divengano i veri protagonisti, in particolare Caesar, mirabilmente reso da Andy Serkis, cui non a caso il regista Rupert Wyatt (Prison Escape, 2008) rivolge intensi primi piani, a partire dallo sguardo, importante indizio rivelatore di ogni sua mutazione.

La felice intuizione degli sceneggiatori Amanda Silver e Rick Jaffa, per quanto il plot possa apparire vagamente ispirato al quarto film della serie (1999-Conquista della Terra, ’72, J.L.Thompson), è resa infatti, oltre dall‟aver disseminato qua e là tanti piccoli elementi di collegamento con il citato “antenato”, dalla scelta di soggettivare la vicenda esaltando il punto di vista delle scimmie, creando un parallelismo con i buoni intenti dello scienziato Will : se il prezzo da pagare al riguardo è che gli esseri umani vengano relegati spesso a mero contorno (Freida Pinto, nel ruolo di Caroline) o a caratterizzazioni di maniera, si è però ampiamente rimborsati dalle modalità con le quali il regista mette in scena il tutto, assecondando lo script, privilegiando una costruzione in divenire particolarmente equilibrata e attenta ad un dosaggio graduale del ritmo, avvincendo e convincendo, arrivando ad uno splendido atto finale, azione pura, non confusione, sul Golden Gate Bridge di San Francisco, con l‟inquadratura conclusiva, le scimmie ormai libere a guardare verso la città dagli alberi di una foresta, a far da efficace contraltare alla scena iniziale (“c‟è l‟uomo nella giungla …”).

Anche l‟ormai abituale uso, atto a divenir abuso, delle scene sui titoli di coda, appare in tal caso geniale, poche inquadrature ed una valida soluzione grafica a far intuire l‟estinzione della razza umana ed un probabile sequel, che potrebbe rivelarsi interessante, se venissero confermate ed approfondite le non banali, e sempre attuali, riflessioni sui limiti della scienza e della conoscenza umana, oltre alla parabola, in odor di metafora, che mi sembra abbia voluto visualizzare Wyatt: il diverso, l‟altro, l‟appartenente ad un gruppo comunque sottomesso, presumendone l‟ inferiorità, acquisendo in qualsiasi modo più che la nostra intelligenza la possibilità di usarla, può all‟improvviso ribellarsi e far sì, in un terrificante gioco delle parti, che la nostra cosiddetta evoluzione divenga involuzione e viceversa, amara sconfitta e schiacciante vittoria insieme.

Voto:7

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