Andiamo a quel paese

Italia-2014-di Ficarra e Picone-Commedia-95′.

Scritto da Antonio Falcone (Fonte immagine: Amazon)

Palermo. Salvo (Ficarra) e Valentino (Picone), amici di vecchia data, causa perdita del lavoro, sono costretti a lasciare la città per trasferirsi nel paese di Monteforte, dove Valentino potrà abitare nella casa dei suoi genitori, emigrati in Germania, mentre Salvo troverà ospitalità, con sua moglie Donatella (Tiziana Lodato) e la loro bambina, nella vicina abitazione della suocera. Se la pensione di quest’ultima si rivelerà utile per sbarcare il lunario, non può però rappresentare la soluzione definitiva, quindi, in attesa di chiedere la raccomandazione all’onorevole di turno, magari per far fruttare il “pezzo di carta” conseguito da Valentino, Salvo escogita un piano in apparenza perfetto: considerato che già zia Lucia (Lily Tirinnanzi) abita con loro, perché non accogliere altri parenti, assicurando vitto e alloggio in cambio della pensione? Ma gli inconvenienti, dai risvolti anche tragici, non mancheranno, tanto da far sì che l’improvvisato ospizio acquisti ben presto la nomea di casa stregata, abbandonato man mano da tutti i suoi ospiti, tranne zia Lucia. E quando questa verrà, prima o poi, a mancare, come si andrà avanti? Anche qui Salvo ha la soluzione pronta, basta che Valentino sposi la citata parente, “una pensione è per sempre”…

Prosegue con Andiamo a quel paese, seconda regia autonoma dopo Anche se è amore non si vede (2011), l’avventura cinematografica di Ficarra & Picone, iniziata nel 2001 (Nati stanchi, Dominick Tambasco) e man mano delineatasi, a parer mio, fra alti e bassi, come una delle più riuscite trasferte sul grande schermo di precedenti trascorsi teatrali e, soprattutto televisivi, vuoi per una certa inventiva volta ad ovviare, seppure in parte, alla riproposizione di collaudati sketch, vuoi per la loro naturale simpatia e la sempre più rodata abilità nell’offrire spazio alla complementarietà, rendendosi l’uno spalla dell’altro nell’assecondare gag e situazioni. Con questa loro ultima realizzazione, film di chiusura alla IX Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, i due comici siciliani, anche interpreti e sceneggiatori (in tal ultimo caso insieme a Fabrizio Testini, Edoardo De Angelis, Devor de Pascalis), hanno messo in atto una narrazione più strutturata, meglio definita in fase di scrittura, capace di delineare, con discreta efficacia, attenti riferimenti alla realtà attuale, sottolineati da una certa dose di cattiveria. La satira sociale appare però un po’ di superficie, non del tutto incisiva, potenzialmente, ma non del tutto concretamente, idonea a ricordare la classica commedia all’italiana (la mente va soprattutto ai lavori di Steno, del resto omaggiato in una sequenza).

Se la regia, senza gridare al miracolo, avvantaggiata dalla maggiore ariosità consentita dallo scenario naturale, appare ora meno acerba, più curata, da un punto di vista cinematografico non riesce a conferire sostanza ed adeguato nerbo all’iter narrativo, il quale, pur con momenti divertenti e battute azzeccate, appare spesso bloccato dal reiterato sketch dello scontro verbale proprio del duo. Quest’ultimo, basato come sempre sulle loro differenze caratteriali (Salvo “schizzato”, estroso, nonché furbo ed intraprendente, Valentino suo contraltare, mite, posato, sempliciotto e romantico), è certo rispettoso dei tempi comici, ma palesa toni a volte compiaciuti (e compiacenti), oltre a rivelarsi alla lunga abbastanza stancante, almeno come personale sensazione. Ne è valido esempio l’episodio dell’escamotage matrimoniale che vede coinvolto Valentino, con tanto di appendice volta ad illustrare il recupero del rapporto con la ex fidanzata Roberta (Faminia Trotta). Giova al riguardo, pur non apparendo del tutto risolutiva, la caratterizzazione offerta dai vari personaggi di contorno, in quanto si rivela funzionale nel conferire una sufficiente coralità di racconto.

Ecco, oltre ad una passerella di anziani alquanto arzilli e sarcastici, il barbiere pettegolo e sempre ben informato (Nino Frassica), le figure istituzionali del brigadiere dei Carabinieri (Francesco Paolantoni), al contrario sempre all’oscuro di tutto, e di Padre Benedetto (Mariano Rigillo), memoria morale e dispensatore di saggi consigli (anche se non del tutto immune al richiamo “del bene effimero della bellezza”). Come nella già citata “vecchia” commedia, il paese di Monteforte è idoneo a costituire una sorta di microcosmo, un ideale scenario a far da sfondo alla nostra triste attualità, sempre più oberata da inveterate consuetudini, barcamenandosi fra l’arte d’arrangiarsi e il far di necessità virtù: i “diversamente giovani” senza un futuro cui guardare che tirano a campare poggiandosi sulle spalle di quanti, in passato, sono riusciti a porre le basi per una, relativa, tranquillità economica, minata da continui aumenti e tassazioni, l’ “istituto” della raccomandazione, pardon, segnalazione (così la definiva Vittorio De Sica, sindaco ne Il vigile, Luigi Zampa, 1960), sublimato nel finale dal vago retrogusto fantozziano, perché “la vecchia politica non muore mai”, alimentata nei suoi imperituri maneggi dalla nostra stessa egocentrica ignavia.

Non manca poi qualche frecciatina rivolta alle istituzioni ecclesiastiche, le cui regole sembrano prese a simbolo di un paese che avrebbe bisogno di essere sciolto da determinate pastoie sin troppo limitative della determinazione individuale, ma, al pari dei suddetti riferimenti al reale, centra sì il bersaglio, specie ai fini della risata, per quanto amara, ma al contempo il tutto appare come avvolto da un certo timore nel prospettare un vero affondo, destinato, nell’economia drammaturgica, a perdersi fra un battibecco e l’altro. Ecco perché l’ultima fatica di Ficarra & Picone finisce con l’essere un film tanto divertente, nel complesso, quanto innocuo, vagamente schizofrenico nel suo alternarsi fra puntare il dito e cercare di mitigare il tutto con un sorriso conciliatorio. Un compromesso fra leggerezza ed inconsistenza, con il buon intento di conferire adeguata dimensione ed opportuno spessore alla prima, ma lambendo qua e là le sponde della seconda, anche se, in buona sostanza, può ritenersi, sempre a mio avviso, una realizzazione genuina e sincera. Un tentativo, in parte riuscito, di ricercare il consenso del pubblico ovviando alla fin troppa consueta proposizione dell’intrattenimento standardizzato, cui avrebbe giovato, riprendendo in chiusura quanto scritto nel corso dell’articolo, una maggiore incisività registica ed una conseguente, definitiva, appropriazione della dimensione cinematografica propriamente detta.

Voto:6

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