Affittasi vita

 

Italia-2019-di Stefano Usardi – Commedia/ -97′ .

Scritto da Antonio Falcone

Trieste, oggi. Michele (Massimiliano Varrese) è un pittore che sta attraversando una profonda crisi d’ispirazione: il progetto relativo al dipinto di una pala d’altare che gli è stato affidato, anche grazie alle segnalazioni congiunte della fidanzata Francesca (Valentina Melis) e del suo facoltoso padre, rischia infatti di andare a monte, non avendo rispettato i termini previsti per la consegna. Lo spento artista appare refrattario ad ogni emozione, negativa o positiva che sia, congelato in uno stato amebico, nell’attesa di un qualcosa che possa riportare in vita una creatività, non solo relativa al suo lavoro, ormai assopita. Probabilmente, pensa Francesca d’intesa col committente, l’essere stato colto da improvviso benessere ha soffocato l’ardente fiamma di un tempo, sarebbe necessario un salutare scossone … la donna non esita allora a mettere Michele alla porta, bloccandogli il conto corrente e lasciandogli una modesta somma in tasca,  potrà fare ritorno solo a lavoro ultimato. Il nostro, dopo una paventata ipotesi di rifugio nel nido materno, troverà un’abitazione in affitto e qui verrà a contatto con un’umanità a dir poco variegata: Boban (Giulio Cancelli), dedito all’import/export di bare (le “preleva” al cimitero per poi rivenderle), Andrea (Sara Manduci), pittrice alla ricerca di un  ulteriore perché al suo comunque vivido estro, Rosalia (Luisa Maneri), cantante, il cui compagno Argo (Francesco Migliaccio), dato per morto, si è fatto congelare 4 anni addietro, una volta scoperto di essere affetto da un male incurabile, anche se ora è “tornato in vita” causa una disattenzione, mentre la figlia di quest’ultimo, Laura (Lara Balbo), è stata ricoverata in un ospedale psichiatrico, dopo aver dato segni di squilibrio mentale. Ecco poi aggiungersi, quale inatteso coinquilino di Michele, Salvo (Giovanni Morassutti), attore, incline ad esprimersi in aulico linguaggio …

Scritto e diretto da Stefano Usardi, Affittasi vita, film indipendente, si concretizza alla visione come un’umana commedia che, una volta poste le carte in tavola, ovvero aver messo in atto, con studiata ponderatezza, il parallelismo fra i vari personaggi e le situazioni a loro collegate, procede di buon passo a briglia sciolta, apparentemente senza una direzione precisa che non sia il pedinamento reso attraverso la macchina da presa relativo alle vicende di Michele e dei vari tipi, quantomeno stravaganti nelle loro esternate problematiche ed atteggiamenti esistenziali, che andrà ad incontrare e con i quali dovrà necessariamente confrontarsi. Il regista circoscrive con attenti primi piani le reazioni di fronte ai tanti accadimenti che si susseguiranno, cavalcando anche il paradossale, fino a delineare una fluida mescolanza tra ordinarietà quotidiana e surrealtà, assecondata piacevolmente dall’intero cast, rendendo protagonista anche la stessa città di Trieste, ritratta nelle sue zone meno conosciute, sui cui dintorni l’obiettivo indaga con circospezione. Evidente l’accordo simbiotico che si viene a creare tra la figura di Argo e quella di Michele, ritraendo due diverse modalità di rassegnare le dimissioni dalla propria partecipazione esistenziale, ponendosi volontariamente dietro le quinte di quel grande palcoscenico che è la vita, citando Shakespeare, vuoi per il timore insinuante di una morte annunciata, condizione poi comune a tutti gli esseri viventi, solitamente ignari solo del come e del quando, vuoi per essersi lasciati beatamente cristallizzare all’interno di una possessività pseudo affettiva, avvolti confortevolmente, fra l’altro, dal liquido amniotico della sicumera economica.

Pur con qualche lentezza evidente, come scritto, ad inizio film, ma anche nel corso del finale, ritengo che Affittasi vita possa considerarsi una valida realizzazione, fluidamente diretta, ben scritta e validamente interpretata, il cui iter narrativo, velato d’ironia ed una certa amarezza di fondo, riesce a far intuire le caratteristiche caratteriali dei vari personaggi nella preferenza di un rapido tratteggio,  visualizzando il continuo tribolare dell’essere umano tanto nel ricercare una libertà spesso perduta tra gli affanni delle convenzioni sociali, nel timore di una mancata accettazione ove si intendesse abbandonare gli schermi protettivi precostituiti di un’imposta posizione sociale che ti obbliga ad essere “qualcuno” sacrificando la propria vera essenza, quanto nel determinare un senso da conferire alla propria esistenza, per poi convenire che quest’ultimo, riprendendo le parole di Michele, “non è altro che un punto di vista”. In fondo la vita in sé tende a sostanziarsi in ciò che può succedere in quell’attimo impercettibile sospeso tra il respirare e il continuare a crederci strenuamente, nonostante tutto, una consapevolezza assumibile una volta pronti simbolicamente a rinascere (Michele completerà il dipinto raffigurandovi un infante), recuperando disincanto e purezza ancestrale nell’allineare il proprio sguardo a quello primigenio di un bambino intento ad iniziare la sua avventura nel mondo.

Voto:7

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