Dogtooth

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Kynodontas – Grecia 2009 – di Yorgos Lanthimos

Drammatico/Thriller – 97′

Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine: imdb.com

Tre fratelli adolescenti (un maschio e due femmine) vivono segregati in una villa nella periferia di una non specificata città greca, trascorrendo le giornate tra bagni in piscina, giochi sadici e competizione, spronati da un padre che vorrebbe tenerli all’oscuro del mondo esterno. La ribellione di uno di loro finirà in tragedia.

Vincitore della sezione Un Certain Regard a Cannes 2009, Dogtooth di Yorgos Lathimos torna alla ribalta a due anni di distanza dalla kermesse francese grazie ad un’inaspettata nomination all’Oscar come miglior film straniero (accanto a Biutiful di Iñárritu, In Un Mondo Migliore della Bier, La Donna che Canta di Denis Villeneuve e Horsla-loi di Rachid Bouchareb).

Per la Grecia è la quinta candidatura, l’ultima dopo Ifigenia di Kakogiannis (Palma d’oro a Cannes ’77): se allora era stato l’adattamento della tragedia euripidea a rappresentare la nazione nella corsa agli Oscar, oggi è un dramma assolutamente contemporaneo ma che della tragicità greca sembra non aver dimenticato i tratti.

La morbosità degli affetti e la claustrofobia famigliare si esplicano in una routine che, pur diluita in giorni uguali a se stessi, potrebbe replicare perfettamente le tre unità aristoteliche di tempo, luogo e azione. Rinchiusi in un giardino presuntamente edenico, isolati dalla realtà in evoluzione e tagliati fuori dalla modernità (né telefono, né televisione: solo videocassette di filmati preregistrati), i tre ragazzi senza nome accettano di buon grado la prigionia imposta dal padre, scambiandola per normalità.

Dietro la recinzione che circonda la casa si nascondono un fratello immaginario e un universo di meraviglie cui è possibile accedere solo con la perdita del canino destro (da cui il titolo) – “o sinistro, non ha importanza” – prova di un’emancipazione che non arriverà mai. La vita è scandita da rituali assurdi, prove di resistenza, agoni continui che mettono i fratelli l’uno contro l’altro, fomentandone la violenza.

Della vita vera si ha invece solo una pallida percezione: tutte le sue regole sono sovvertite e ogni forma di contatto umano trasformata in patologia. L’affetto fraterno diventa sopraffazione, il sesso (impietosamente indagato dallo sguardo di Lanthimos) è possibile solo se pornografico, a pagamento (la “prostituta” Christina è l’elemento estraneo che rischia di distruggere l’ecosistema famigliare) o proibito dalla legge e dalla morale. Ciò che si sa del mondo lo si apprende per trasgressione, attraverso grottesche imitazioni del reale mutuate da vecchi film (Rocky, Lo Squalo, Flashdance), salvo poi esserne severamente puniti.

Incattiviti come cani in gabbia (e in fondo è a questo che il padre-addestratore vuole ridurli), i tre adolescenti non possono che dirigere le proprie pulsioni verso l’interno malato della famiglia, portati all’incesto e alle reciproche brutalità da una madre connivente e da un padre oggetto di un culto distorto, incapace di porre rimedio alla situazione “insostenibile” che egli stesso ha creato senza un perchè.

Lanthimos esplora le devianze di una mente sorprendentemente lucida nella sua follia e lo fa senza fornire spiegazioni: la perseveranza di un sadismo immotivato non trova risoluzione neppure nell’amarissimo finale e quello ritratto dal regista (e sceneggiatore, con Efthymis Filippou) è solo l’ennesimo inferno partorito da una civiltà le cui coordinate etiche e spazio-temporali sono ormai al collasso.

Dogtooth è una pellicola dal sapore buñueliano, surreale nel senso più inquietante del termine: il suo satirico affondo alle mutazioni genetiche di una società che vorrebbe ritrovare le origini cancellando ogni traccia di progresso (anche linguistico) colpisce nel segno, terrorizzando con la sua violenza sorda e improvvisa, fatta di schizzi di sangue e budella esposte nella cornice rasserenante di un giardino perennemente baciato dal sole (e che la limpida fotografia di Thimios Bakatakis rende spaventosamente irreale).

In linea con l’immobilità delle esistenze che racconta, Lanthimos parla una lingua cinematografica essenziale, depurata e ridotta ai suoi elementi essenziali: macchina da presa fissa, inquadrature tagliate, personaggi collocati in fuori campo come minacciose presenze di un mondo altro, l’obiettivo puntato sui corpi dei tre giovani protagonisti, dove si concretizzano i tormenti di un’adolescenza anormale, congelata in un infantilismo perenne.

Caldamente sconsigliato a soggetti impressionabili e amanti degli animali.

Voto: 8

 

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