I 2 soliti idioti

Italia-2012-di Enrico Lando – Commedia -92′ .

Scritto da Antonio Falcone (Fonte immagine:Coming Soon)

Sempre in fuga dai terroristi russi, Ruggero e Gianluca De Ceglie, padre e figlio, si trovano a fronteggiare una serie di avvenimenti, dal matrimonio del giovanotto con Fabiana al crollo dell’azienda di famiglia, l’ Impero del Wurstel .Oggetto delle consuete disamine sociologiche, cui si aggiungono “preziose” rivalutazioni dal vago sapore culturale, I 2 soliti idioti, come e più del precedente film (I soliti idioti, 2011), appare trasportato di peso sul grande schermo, senza mediazione stilistica alcuna, tanto di sceneggiatura (Fabrizio Biggio, Francesco Mandelli, Martino Ferro, Mizio Curcio e Antonio Manzini: troppa grazia …) che di regia ( sempre Enrico Lando, almeno nominalmente), rispetto a quanto viene trasmesso, con più efficacia, dall’emittente Mtv. Ciò che mi infastidisce veramente non è tanto la continuazione di tale trasloco forzato, bensì la protervia auto celebrativa che l’accompagna, presente già nella cartella stampa ( “nuovi tempi comici, nuove storie e un nuovo modo di raccontare i personaggi e di assumerne maschere e linguaggi per un ritratto senza mezzi toni del nostro bel paese”), per proseguire poi nei titoli di testa e trovare la sua consacrazione nell’escamotage “colto” del “cinema nel cinema”.

Ad inizio film vediamo infatti Mandelli e Biggio nei panni dei coatti Alexio e Patrick, ritrovarsi in sala, con la loro variopinta e variegata tribù di amici, ad assistere alla continuazione delle gesta di Ruggero e Gianluca, padre e figlio in fuga dai criminali russi, così come li avevamo lasciati nel citato primo episodio. È da riconoscere una trama più articolata ed in un certo senso meglio delineata, visto che i due idioti (la definizione è loro) sembrano aver compreso almeno quanto fosse vano il tentativo di conferire una connotazione corale alla pellicola, e si sono concentrati alla fin fine sul noto duo padre-figlio, ora al centro dei vari accadimenti. Ecco, quindi, il matrimonio di Gianluca con Fabiana, figlia di un eminente professore universitario (Teo Teocoli), il crollo dell’impero del wurstel di Ruggero in seguito ai controlli della Guardia di Finanza, passando per tutta una serie di sketch che si accavallano l’uno sull’altro in maniera scomposta e sguaiata. Inutile anche il ricorso a citazioni cinematografiche stile post-it (da Ghost alle vecchie comiche del muto, passando per Karate Kid e, dolore, Arancia Meccanica), mentre il riferimento alla crisi economica (l’ex manager interpretato da Gianmarco Tognazzi) appare raffazzonato e privo di alcuna coesione, e coerenza, narrativa.

È quest’ultima infatti, tra toni auto assolutori, compiaciuti e compiacenti, la principale assenza del film, a meno che non si vogliano considerare cifra stilistica la reiterazione fine a se stessa o la totale assenza dei tempi comici. In definitiva, una farsa irrisolta, la cui volgarità consiste nel non sapere sfruttare, cinematograficamente parlando, né grottesco né il demenziale, cui aggiungere anche la mancanza di una concreta caratterizzazione, tanto dal punto di vista dello sbandierato “politicamente scorretto”, quanto, soprattutto, del linguaggio, mai realmente “alternativo” all’idioma corrente. Che dire, cari Biggio e Mandelli, se proprio volete continuare a fare gli idioti, confortati da incassi e qualche incensatura intellettuale, allora lasciate perdere i facili proclami, studiatevi le comiche in bianco e nero delle origini, inopportunamente citate, e date poi uno sguardo, attento, anche a nostrane pellicole d’antan, basate pure loro, a volte, sullo sfruttamento di una semplice idea estesa casualmente all’onor di sceneggiatura.

Qui erano gli attori a fare la differenza, ovviando a limiti di regia e scrittura, sfruttando gli anni di gavetta sul groppone nella sapiente gestione dei tempi comici e con l’umiltà, nel caso della presenza di un coprotagonista, di farsi anche spalla l’uno dell’altro. Allora, forse, si potrà trovare un punto d’incontro tra pubblico, critica e, soprattutto, senso cinematografico da conferire al tutto, perché, state pure tranquilli, il cinema non è ancora morto, come proclamate dall’alto della vostra compiaciuta idiozia (sempre nel significato filmico), nonostante venga continuamente ferito da arroganti operazioni commerciali.

Voto:1

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