Il mondo dei replicanti

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Surrogates -Stati Uniti 2009 – di Jonathan Mostow

Azione/Fantascienza/Thriller – 89′

Scritto da Dmitrij Palagi (fonte immagine: imdb.com)

In un futuro prossimo gli uomini si sono lasciati progressivamente sostituire nelle loro attività dai surrogati, avatar meccanici capaci di compiere le stesse azioni degli esseri umani rispondendo a sensori mentali degli individui. Ormai solo alcune comunità di fanatici hanno deciso di non vivere segregati in casa, lasciando agli avatar il compito di vivere la vita al di fuori della propria stanza. Alcuni replicanti però vengono distrutti con una misteriosa arma, capace di uccidere anche gli essere umani collegati alla macchina danneggiata. Tratto dal fumetto di Robert Venditti e Brett Weldele pubblicato dalla Top Shelf Comix.

Partiamo dall’elemento più evidente. Bruce Willis, quello vero, da pezzo di carne, vale molto di più del surrogato. Non solo per l’orribile ciuffo biondo e l’urtante volto privo di rughe (peraltro decisamente efficace), quanto per l’atteggiamento e la capacità di resistenza. Finisce che ti convinci dell’estrema gravità di ricevere due cazzotti, rispetto al venire investito da una macchina, dopo aver perso un braccio.

Per una volta non ci sono nemici esterni con cui esorcizzare paure ed incertezze, su cui proiettare insicurezze ed insoddisfazioni, “ora i nemici di noi stessi siamo noi. Non ci sono più alibi” (Aldo Fittante). I robot non sono esseri indipendenti, altro rispetto all’uomo. Proiezione fisica ideale, costituiscono il punto massimo di alienazione dell’individuo rispetto alla realtà.

Il rapporto tra uomo e macchina, tra l’individuo e la propria presunta imperfezione e la possibilità di rifuggire da sensazioni autentiche sono riflessioni non inedite. Il gioco dei richiami potrebbe durare per giornate intere. Sono stati citati in alcuni articoli ed interviste padri nobili del calibro di Blade Runner e L’invasione degli Ultracorpi di Siegel, ovviamente comprensibili ma secondari se si pensa a una pellicola (di minore fama e profondità) come Io, Robot (anche grazie alla presenza di James Cromwell). Così si pensa al Cypher di Matrix, disposto a sacrificare l’umanità in nome dell’illusione di mangiare una bistecca, a Terminator (di cui Jonathan Mostow ha girato il terzo episodio, sulla sceneggiatura degli stessi John Brancato e Michael Ferris), al Duca di Fuga da New York ma nessuno di questi titoli resta attinente quanto il succitato film tratto dal romanzo di Asimov. La scelta di proiettare la propria vita al di fuori di sé, al fine di ricercare una fantomatica perfezione è realtà di oggi, affatto fantascientifica. Citando Mauro Gervasini “la fantascienza è la forma del racconto della modernità”. La finzione mostra la realtà, spogliandola delle interpretazioni soggettive dei fatti, mettendo a nudo i collegamenti logici che determinati processi implicano. L’idea dell’uomo fermo davanti al televisore, all’ingrasso come un animale in gabbia è già immagine del passato in occidente. L’interattività del web, lo sostituzione dei rapporti umani con i social network è il presente. Non occorre iscriversi a Second Life per creare un’immagine di sé diversa. Basta fare un account su Storiadeifilm e fingersi esperti di cinema su tutto il web, travestendo l’anonimato con un’identità fittizia. Già oggi si può leggere il processo estremizzato nella pellicola, non si fa fatica a comprendere la facilità con cui gli avatar potrebbero arrivare a sostituirci nel mondo reale. L’efficacia con cui questo ragionamento è portato avanti colma la mancanza di originalità, a cui si aggiungono numerose citazioni che i cinefili si possono divertire a raccogliere.

Le macchine non sono quindi esseri a parte, restano “semplici” macchine (strumenti), anche quando le vediamo creare esseri umani (sotto forma di surrogati). Il dominio della scienza e del capitale si afferma grazie all’illusione. Puoi essere chi vuoi, andare dove vuoi, fare ciò che vuoi purché tu non sia te stesso, al prezzo di concederti totalmente al controllo delle istituzioni (ogni surrogato può essere illegalmente spento da un operatore dell’FBI).

Un film rapido (meno di un’ora e mezzo), diretto, semplice, derivato. Parte bene e si perde nella seconda parte, mostrando il lato debole: come poliziesco non vale quasi niente, con passaggi scontati e abusati. Il buon livello di recitazione e l’efficace fotografia, con un clima che ricorda tra gli altri titoli I figli degli uomini, supportano un buon lavoro di regia, incapace però di trasmettere coinvolgimento. Nella trasposizione dal fumetto al grande schermo si è perso molto a livello di clima, a favore della comunicabilità.

Una riflessione di superficie, priva di profondità psicologica, di intellettualismi. Comunque efficace, forse perché priva di pretese.

Voto: 6

 

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