Un sapore di ruggine e ossa

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De rouille et d’os – Francia/Belgio/Singapore 2012 – di Jacques Audiard

Drammatico/Romantico – 120′

Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine: imdb.com)

In cerca di lavoro, il belga Ali (Matthias Schoenaerts) arriva ad Antibes con il figlio di cinque anni e si ritrova presto introdotto in un giro di scommesse e incontri di boxe clandestini. Sarà il rapporto con l’addestratrice di orche Stephanie (Marion Cotillard), vittima di un terribile incidente, a cambiarlo profondamente.

Aspettarsi di ritrovare in De rouille et d’os (Un sapore di ruggine ed ossa nella traduzione italiana “per eccesso”) il Jacques Audiard de Il Profeta sarebbe una speranza vana in partenza. Con la tragedia carceraria candidata all’Oscar nel 2010, il cineasta parigino non si era infatti limitato a realizzare il proprio capolavoro, bensì a mettere un punto fermo nella propria carriera registica, toccando l’apice di quell’epica della violenza e dell’istinto di sopravvivenza inaugurata nel 1994 da Regarde les hom- mes tomber.

L’opera ultima di Audiard si rivolge piuttosto al passato, alle atmosfere cariche di tensione erotica e suspense del magnifico Sulle mie labbra, rielaborandone con minor efficacia ma maggior trasporto gli snodi fondamentali. Nella relazione ambigua tra il pugile Ali e la disinvolta Stéphanie sembrano rivivere le dinamiche del desiderio tormentato della segretaria sorda Emmanuelle Devos per l’ex-galeotto Vincent Cassel. L’interesse di Audiard si sposta nuovamente verso la rappresentazione di una disabilità emotiva, prima ancora che fisica, e l’indagine lucida, ma meno distaccata che in passato, di una microcriminalità forzata dalle circostanze ma persuasa da più grandi ambizioni (il piano per il Thomas di Tutti i battiti del mio cuore, la carriera boxeuristica per Ali).

La menomazione del corpo – ostentata senza filtri ma generata fuori campo – interessa meno della mutilazione affettiva auto-inferta dai protagonisti, verso i quali l’empatia matura con lentezza quasi inesorabile, esplodendo sul finale con ferocia melodrammatica. È d’altronde, questa, una caratteristica ricorrente nella scrittura asciutta dell’Audiard sceneggiatore (affiancato per la seconda volta da Thomas Bidegain): la capacità di caratterizzare personaggi apparentemente nichilisti, devoti solo al proprio interesse e indifferenti verso i richiami dell’affetto (filiale) e dell’amore (non erotico), ma ricchi di una fragilità nascosta, costretta alla luce da una tragedia amplificata fino al parossismo.

È attraverso la disgrazia, a tratti così brutale e assurda da generare momenti di involontario umorismo (pirandelliano), che l’individualismo egoistico dei personaggi viene prima questionato e infine messo in crisi, portando al crollo delle barriere erette a difesa del sé contro la minaccia (emotiva) dell’altro. Il rimando insistito e premonitore al dettaglio del corpo scomposto (le gambe di Stéphanie, le mani di Ali) fa sì da correlativo oggettivo ad un’assenza futura, ma rimanda anche all’incapacità di esprimere a voce ciò che si prova dentro e che si sceglie piuttosto di incidere sulla pelle o di mischiare con lividi e sangue.

Audiard affronta la questione del desiderio femminile e dell’incerta sensibilità maschile secondo modalità analoghe a Sulle mie labbra, arrivando però ad esplicitare con ruvidezza l’elemento carnale allora latente. Nella sua voracità programmatica (l’”operatività” di Ali), il sesso, come la lotta a mani nude, è l’elemento che consente la messa in campo di un discorso più allargato sulla ferinità dell’individuo e su quanto i bisogni primari possano intaccarne l’umanità. L’associazione manifesta, sia a livello visivo che concettuale, dell’essere umano con la bestia (il cane, l’orca), offre un’analogia fin troppo leggibile del comportamento di Ali, che dell’animale non addomesticato ha l’istinto, la propensione alla lotta come dimostrazione di sovranità territoriale e virilità esibita, ma anche l’impeto di improvvisa tenerezza.

La dominanza degli interni e la claustrofobia degli spazi chiusi – acuita al massimo grado ne Il Profeta – vengono curiosamente abbandonate da Audiard, che pure rifugge le atmosfere familiari e suburbane della propria città natale a favore dell’insolita location costiera della Francia meridionale. La scelta, tutt’altro che casuale, si dimostra funzionale a rimuovere la prossimità dei personaggi allo spazio che li contiene (immediata, invece, nelle pellicole precedenti), delineando un contrasto potente tra la serenità degli scorci paesaggistici e il realismo sporco del cinema di Audiard, ri- specchiato alla perfezione dalla fotografia di Stéphane Fontaine.

“L’essenziale è invisibile agli occhi”, scriveva de Saint-Exupéry, ma Audiard ha il talento di renderlo visibile, manifestando sullo schermo, così come in sceneggiatura, le potenzialità di una trama fatta di spunti poco sviluppati solo in apparenza, ma in realtà determinanti per il successo dello svolgimento narrativo. L’impasto di crime e romance tipico della filmografia audiardiana – eccezion fatta, comprensibilmente, per Il Profeta – procede, qui come in precedenza, in modo paradossale: sottraendo informazioni ma accumulando consapevolezza. Personaggi secondari “di contorno” (la sorella di Ali, la “spia” Bouli Lanners) si scoprono decisivi, mentre eventi di portata macroscopica (l’invalidità di Stéphanie) passano tranquillamente in secondo piano, sostituiti da svolte meno prevedibili.

Audiard delinea un abbozzo di critica sociale conciso ma attento, lasciando però al dato emotivo, raffreddato in principio per diventare poi trainante, il compito di rimuovere le incertezze sulla natura dei due protagonisti.

Passando attraverso l’esperienza di un dramma dilatato all’inverosimile – al punto da apparire quasi eccessivo – Stéphanie e soprattutto Ali (l’intensa performance di Schoenaerts è in tal senso fondamentale) si liberano dagli impedimenti delle rispettive disabilità per mettere completamente a nudo la propria vulnerabilità.

Un dente insanguinato che rotola sull’asfalto o il rumore sordo di ossa che si rompono (è in fondo questa la sinestesia percettiva che il titolo del film vorrebbe suggerire), sa cogliere in un istante ciò che l’inefficacia delle parole riuscirebbe, forse, a sfiorare soltanto. Il dolore è un concetto prismatico, che Audiard vorrebbe affrontare con ostentato cinismo, senza però riuscirvi.

“Someday my pain, someday my pain, will mark you“, cantano i Bon Iver nel brano che chiude il film – pezzo forte di una soundtrack assolutamente centrata, affiancata dalle musiche del “solito” Alexandre Desplat – e non potrebbero esserci versi più veritieri per descrivere la sensazione che l’opera di Audiard è in grado di provocare.

Il distacco dello sguardo dietro l’obiettivo non è mai totale e, per quanto cruda e spietata possa essere, la rappresentazione del reale non pecca mai di freddezza emotiva. Che sia la rabbia (Tutti i battiti del mio cuore), il desiderio (Sulle mie labbra), o la portata inattesa di un sentimento (Un sapore di ruggine ed ossa) a fare da tramite, l’umanità dei personaggi viene infine denudata e la sofferenza si fa tangibile, concretamente perce- pibile, generando un’identificazione cui è difficile sottrarsi. Ma non è la compassione che Audiard mira a suscitare, e il suo trattamento dell’invalidità fisica ne è la dimostrazione. Il corpo mutilato non si offre allo sguardo caritatevole ma sfoggia con orgoglio le protesi meccaniche che lo sostengono: esso non è che un involucro, un ammasso di fibre nervose e sangue e muscoli che colpiscono e vengono a loro volta colpiti, ma la cui ferita più dolorosa non è mai quella della carne e, forse, solo nel lieto fine relativamente canonico che Audiard predispone per loro i personaggi ne riescono in qualche modo guariti.

Voto: 7

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