Mommy

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Mommy – Canada 2014 – di Xavier Dolan

Drammatico – 139′

Scritto da Francesco Ruzzier (fonte immagine: imdb.com)

Una madre single, vedova, cresce da sola il figlio violento. Troverà una nuova speranza quando la nuova vicina s’introduce in casa dandole il supporto emotivo necessario.

Giusto per mettere fin da subito le cose in chiaro:

Mommy è un capolavoro.

Xavier Dolan è il prototipo di quello che sarà il cineasta del futuro.

Mommy ti fa morire dal ridere, ti fa piangere, incazzare, gioire e disperare; ti fa appassionare e rimanere senza fiato. Tutto questo perché, a soli 25 anni e con ben quattro lungometraggi alle spalle – i primi tre (J‘ai tué ma mère, Les amours imaginaires e Laurence Anyways) presentati alla Croisette in Un Certain Reguard mentre il quarto, (Tom á la ferme) presentato lo scorso anno in concorso alla Mostra del cinema di Venezia – non solo ha talento da vendere, ma possiede già una consapevolezza nell’uso del linguaggio cinematografico che lascia esterrefatti. Sa esattamente cosa vuole dire e soprattutto conosce il modo per narrarlo nel modo più efficace possibile.

Mommy racconta di una madre vedova (Anne Dorval) che si ritrova ad essere totalmente sopraffatta dai problemi che incontra quando riceve l’affidamento a tempo pieno del suo esplosivo  figlio (Antoine-Olivier Pilon) di 15 anni, affetto da ADHD, sindrome da deficit di attenzione e iperattività. Con l’entrata in scena della loro nuova vicina di casa (Suzanne Clement), che cerca di sopperire con Steve alla sue mancanze affettive familiari, il terzetto trova finalmente il suo equilibrio e la speranza di costruire un futuro felice.

Già con l’aspect ratio prescelto per Mommy, un insolito, per non dire unico, formato 1:1, l’autore québécois riesce a farci capire subito che i personaggi della sua storia sono imprigionati in una dimensione non adatta a loro, finendo col trovarsi spesso fuori campo, poiché non capaci di rispettare i confini che una società troppo perbenista ha pensato per loro. La macchina da presa si muove spesso con trepidazione nel tentativo di cercare, mantenendo costante il legame con le sensazioni e le emozioni che provano i tre protagonisti, di rendere al meglio l’emotività delle scene.

Mentre il protagonista, un emarginato completamente fuori di testa e al tempo stesso fragilissimo e con un disperato bisogno della vicinanza della madre, sembra uscito da un film di Harmony Korine (o dai due film da lui sceneggiati per la regia di Larry Clark), lo stile con cui Dolan racconta il rapporto con le due madri ricorda molto quello adottato da Gus Van Sant quando si è trovato a dover descrivere le debolezze giovanili. Alla vi- cinanza “vansantiana”, il regista canadese aggiunge delle sequenze in stile videoclip, linguaggio che è capace di domare come quasi nessun altro, riuscendo a raggiungere i cuori e le menti degli spettatori con il solo uso delle immagini, senza mai apparire scontato o artificioso, ma, anzi, raggiungendo una purezza disarmante. Le due donne, entrambe madri con dei problemi diversi e accomunate dall’amore per Steve, sono raccontate con un affetto e un calore tali che è impossibile non riescano a commuovere anche lo spettatore più cinico. Ma è quando il terzetto appare sulla scena nella sua interezza che il film raggiunge delle vette mai avvicinate dal regista nelle sue opere precedenti, soprattutto grazie al già citato uso magistrale del linguaggio del videoclip e di certi brani in colonna sonora, che in altri frangenti o contesti avrebbe fatto apparire alcune scelte quantomeno patetiche (come la sequenza più riuscita del film, che si conclude con i tre che si fanno un selfie al rallenti o l’utilizzo di Wonderwall degli Oasis), mentre in questo caso colpisce grazie alla sincerità di cui sembra stracolmo.

Oltre a tutto questo non si può non sottolineare come praticamente tutto in Mommy sia curato da Dolan stesso: dopo il “scritto e diretto”, con lo scorrere dei titoli di coda, vediamo comparire il suo nome un numero spropositato di volte, passando dal montaggio ai costumi fino ad arrivare ai sottotitoli (sia inglesi che francesi) e il pressbook. In questo senso Xavier Dolan si prepara a diventare, in un’epoca in cui i costi produttivi si sono abbassati  in maniera vertiginosa, permettendo così a tutti, o quasi, di cimentarsi nella realizzazione di opere cinematografiche, un modello di regista com- pletamente padrone della sua opera – essendo capace di curarne ogni tipo di aspetto, di lavorare con tutti i mezzi, i formati e i generi e riuscendo a produrre un film di 134 minuti in meno di 8 mesi di lavorazione – che tutti i grandi cineasti del futuro saranno portati a seguire.

Voto: 10

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