An Education

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An Education – Regno Unito/Stati Uniti 2009 – di Lone Scherfig

Drammatico – 100′

Scritto da Dmitrij Palagi (fonte immagine: imdb.com)

Una studentessa modello (annoiata dell’esemplarità della sua vita) e un uomo maturo e affascinante si incontrano in una giornata di pioggia.

Dopo un breve viaggio insieme in macchina decidono di continuare a vedersi, cedendo sempre più spazio alla reciproca attrazione. L’Inghilterra degli anni ’60 è la cornice di una storia d’amore che nulla pare poter impedire

Pretenzioso e ricercato, costruito con un forte desiderio di autocompiacimento.

Ci sono mattine in cui ti alzi dopo una colossale sbronza e vorresti tirare un cazzotto all’amico astemio che si sta risistemando il fondo tinta davanti allo specchio. Lo stesso sentimento che qualcuno potrebbe provare verso un film come questo: ruffiano, confezionato con una maniacale cura estetica e una banalità dei contenuti disarmante. Lui ama lei, lei si perde in lui: l’essere brillante di quell’uomo a cui la vita sta stretta e la voglia di rompere gli schemi sociali dell’intellettuale adolescente.

Le storie romantiche, quando scadono nel banale, rischiano di incitare brutti sentimenti nello spettatore. Se si aggiungono inquadrature urtanti (in certi passaggi inutili) e una ricostruzione che richiama alla plastica in ogni particolare (compresi i volti degli attori) si può sbuffare senza rimorsi.

La morale della storia ha del reazionario, l’analisi sociale è degna di un action movie di ultima categoria, il lavoro di Nick Hornby (che lavora sulle memorie della giornalista britannica Lynn Barber) cede all’improbabile.

Manca la credibilità, manca il sentimento (e meno male che è un film sentimentale), manca la passione. Onestamente si fatica a capire perchè fare un film simile, che si salva giusto per il livello tecnico, che non cede all’ignobile ma si schiaccia su un limbo di disinteresse ed apatia.

La regia e l’ambientazione di per sé non sarebbero pessime, il problema è che il contesto generale non funziona, trascinandosi dietro ogni altro elemento e rendendo insopportabili anche i passaggi riusciti. Quando la finzione non cerca di imitare la realtà bisognerebbe avere il buon gusto di osare, non di schiaccarsi su bieche strizzate d’occhio al pubblico. Meglio a questo punto l’antico e statunitense Breezy di Clint Eastwood, sempre legato ad una relazione tra una giovanissima ragazza ed un uomo maturo (altra trama, altro livello).

 Si fatica a credere che il regista sia donna (quindi la regista): incapacità totale di portare alto il nome della categoria. Forse l’unica a salvarsi è la protagonista Carey Mulligan, al fianco di un anonimo Alfred Molina.

Già i titoli di apertura danno il segno di una ridondanza e di un eccesso fastidioso.

Ci sono romanzi rosa che cercano di dimostrare una certa dignità, alcuni riuscendo a dimostrarsi capolavori (magari di genere). Altre storielle risultano contrarie ad ogni forma di partecipazione emotiva, sia da parte di chi scrive (dirige), sia da parte di chi legge (guarda).

Il motivo di una pellicola di questo genere sfugge, se non fosse per il tentativo di sfondare al botteghino con attori di una certa rilevanza e una storia apparentemente scandalosa (quando poi non si elogia neanche l’emancipazione della donna e tutto è assolutamente mediocre).

Superficiale e banale. Urtante il successo riscosso tra i vari festival (su tutti il Sundance a cui ha vinto il premio del pubblico)

Finisce che cercano di convincerci di quanto sia assurdo il sesso. Non lasciatevi persuadere!

Voto: 4

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