Andrej Tarkovskij – Il cinema come preghiera

Andrej Tarkvoskij. A Cinema Prayer. Russia, Italia, Svezia, 2019, di Andrej A. Tarkovskij. Documentario-97’. Scritto da Antonio Falcone (Fonte immagine: MyMovies)

Presentato alla 76ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Sezione Classici e documentari, Andrej Tarkovskij – Il cinema come preghiera si palesa alla visione come un documentario affascinante da un punto di vista meramente visivo ma ancor di più riguardo l’aspetto contenutistico. Scritto e diretto da Andrej A. Tarkovskij, figlio del cineasta russo Andrej Tarkovskij, mette infatti in scena, attraverso una suddivisione in otto capitoli,  un elegiaco flusso mnemonico che comprende più generazioni: si offre quindi visualizzazione alle  sequenze tratte da tutti i film realizzati dal padre, inframmezzate da foto e video d’epoca, con riprese effettuate sui luoghi dove ha vissuto, dalla Russia all’Italia, passando per la Svezia, mentre in sottofondo è udibile la voce del geniale cineasta, il quale descrive le caratteristiche e le fonti ispiratrici della sua  cinematografia congiuntamente al proprio vissuto esistenziale, ma anche quella del babbo, il poeta Arsenij Tarkovskij, intento a declamare alcuni suoi componimenti. Un ulteriore tocco suggestivo si accompagna così al componimento formale delle inquadrature e alla nitidezza delle immagini, andando a delineare la consistenza propria di un unico fluire temporale, considerando come quei versi ispirarono i lavori cinematografici del figlio e quest’ultimi le realizzazioni di Andrej A. Tarkovskij. D’altronde il tempo per Andrej Tarkovskij rappresenta la specificità propria del cinema, ovvero la capacità profusa  da quest’ultimo nel registrarlo  ed esprimerlo, rendendone infine la sua pura essenza. Il cinema è essenzialmente poesia, in quanto può fare a meno della letterarietà; sua ulteriore peculiarità è quella di essere riuscito ad annoverare nel proprio ambito una parte della vita, dell’universo, che invece non è stata compresa da altre forme o generi d’arte.

Il valore intrinseco del documentario in analisi non è solo quello, strettamente didattico, di rendere conoscibile, attraverso l’esternazione diretta del suo pensiero, la portata dell’opera di Andrej Tarkovskij a quanti la ignorino, o comunque di offrire ulteriori elementi interpretativi a coloro che hanno avuto modo di conoscerla ed apprezzarla, ma anche, se non soprattutto, quello di rendere concreto un simbiotico legame fra arte e vita, rimarcandone la sua importanza per i tempi presenti e futuri. Ecco dunque la citata influenza della poesia paterna riguardo la formazione della sua personalità, l’atteggiarsi esistenziale e lavorativo, perché “un artista si nutre della propria infanzia per tutta la vita, da come è stata la sua infanzia dipenderà la natura della sua arte”; rilevante, poi, l’interdipendenza tra cultura e religione, esternata in una sublimazione reciproca, intendendo la religione precipuamente non tanto, o non solo, in guisa di mera dottrina, bensì quale intima spiritualità, l’inclinazione umana di affidarsi al trascendente, ricercando la tangibilità divina in ogni elemento del creato, così da attribuire un senso all’esistenza, fosse anche la mancanza di un vero e proprio significato. Religione dunque non come questione personale, bensì legata a doppio filo al destino della cultura: “se la società necessita di spiritualità inizia a produrre opere d’arte, se non ne ha bisogno e fa a meno dell’arte il numero delle persone infelici aumenta”, individui insoddisfatti spiritualmente,  “che perdono di vista il proprio scopo e smettono di capire perché stanno al mondo”.

L’uomo, l’essere umano, nel suo cammino terrestre, confrontandosi con gli accadimenti spesso tragici della Storia, può dunque recuperare la propria individualità, anche semplicemente vagheggiata a livello immaginifico, ovvero lambendo i confini del sogno, una volta ricongiuntosi col ricordo della propria infanzia, vissuta quest’ultima in armonia col creato. Il cinema di Tarkovskij si rende “simbolo dello stato della natura, della realtà”, dove il tempo, riprendendo quanto su scritto, diviene materia prima  cinematografica, più rilevante della narrazione, anche perché in quel lasso temporale in cui andrà a stagliarsi la nostra ritualità quotidiana risiede, secondo il Maestro, il senso dell’esistenza, ovvero combattere il male che è dentro di noi ed elevare il proprio livello spirituale. E’ nella sfera spirituale che si rinviene la libertà di una persona, in particolare di un artista, in quanto questi andrà a rappresentare la coscienza di una società: “con lo scomparire dell’ultimo poeta la vita perde il suo significato”, mentre in un’opera d’arte “nulla dovrebbe essere percepito se non l’opera stessa”. Libertà quindi come interiorità, appartenente alla persona in quanto creatura spirituale, espressione della sua individualità: si può privare una persona dei suoi diritti ma non della sua libertà, ecco perché, spiega  Tarkovskij,  “in paesi politicamente non liberi ci imbattiamo in persone davvero libere, e in paesi di tradizione democratica in persone totalmente non libere”.

Andrej Tarkovskij – Il cinema come preghiera, andando a concludere, è un’opera certo preziosa nella ricomposizione e riproposizione  del pensiero espresso dal regista russo nell’ambito della sua cinematografia e in quanto modalità di approccio esistenziale, anche se a volte l’esposizione complessiva può apparire fin troppo ponderata e monocorde, nonostante il valido montaggio (Andrej A. Tarkovskij e Michał Leszczyłowski).  Riesce però sempre a rimarcarne il nitore visivo, la coerenza, la profonda umanità ed il senso del trascendente, quell’immanenza del divino in ogni attività umana quale necessaria propulsione ad elevarsi verso una spiritualità fondamentale non solo nel dare un senso esistenziale ma anche congrua propulsione verso ogni attività propriamente creativa ed artistica, rielaborando quanto scritto nel corso dell’articolo. Credo che ad ulteriore corredo di quanto risalti nel documentario riguardo la figura di Andrej Tarkovskij, lasciando semplicemente scorrere immagini e parole, possa risultare utile ciò che espresse Ingmar Bergman nei confronti del collega: “Il film quando non è un documentario è sogno. Per questo Tarkovskij è il più grande di tutti. Si sposta con sicurezza nello spazio onirico, non spiega nulla, e d’altronde cosa potrebbe spiegare? È un visionario che è riuscito a mettere in scena le sue visioni grazie a un medium più pesante, ma anche più duttile. Ho bussato tutta la vita alla porta di quei luoghi in cui lui si muove con tanta sicurezza. Solo qualche volta sono riuscito a intrufolarmi”.

Voto:8

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