La commare secca

Italia, 1962, di Bernardo Bertolucci. Drammatico-88’. Scritto da Antonio Falcone (Fonte immagine: Coming Soon)

Roma, anni ’60, nei pressi di un parco, sul greto del fiume Tevere, viene ritrovato il  cadavere di una prostituta; la Polizia convoca per l’interrogatorio quanti sono stati visti passare intorno al luogo del delitto la sera precedente: il “pischello” Luciano detto “Canticchia” (Francesco Ruiu); “Califfo” (Alfredo Leggi), pregiudicato mantenuto dalla sua compagna; Teodoro (Allen Midgette), giovane calabrese di leva; Natalino (Renato Troiani) tipo stravagante, che respinge le accuse, rivolgendole invece ad altri due ragazzi che ha visto gironzolare nel parco; ognuno di loro nel raccontare la propria giornata delinea una personale verità, non corrispondente alla realtà dei fatti…

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La commare secca, primo lungometraggio di Bernardo Bertolucci, diretto sulla base di un soggetto di Pier Paolo Pasolini e sceneggiato dallo stesso regista insieme a Sergio Citti, venne presentato nella Sezione Informativa della 23ma Mostra Internazionale Cinematografica di Venezia non entusiasmando particolarmente la critica, la quale lo tacciò come “opera manieristica”, “un semplice esercizio di stile”: vista oggi, pur percependo la mancanza di quella progressiva e concreta connotazione personale delle successive realizzazioni, la pellicola riesce ad emanare un certo fascino per la coesistenza di due anime contrapposte, due diverse modalità di affrontare la vita e di concepire il mezzo cinematografico. In un contesto estremamente realistico, con attori non professionisti, dove i protagonisti sono i diseredati, “gli ultimi”, i componenti di quel sottoproletariato urbano delle borgate romane, il mondo a parte cantato da Pasolini, Bertolucci, proveniente da una diversa realtà, alla partecipazione diretta sostituisce uno sguardo più astratto, preferendo ai primi piani frontali o al susseguirsi scomposto di campi lunghi e controcampi, con minimi movimenti della macchina da presa, l’estrema mobilità di quest’ultima.

Seguendo una certa stilizzazione propria del cinema francese, Bertolucci riesce a sottolineare, in un raffinato intarsio d’immagini, essenzialmente il fluire del tempo, il susseguirsi delle ore in un giorno qualunque, l’inconcludenza delle azioni dei vari personaggi, unendo poesia e disincanto. Nell’ineluttabilità del destino s’impone la presenza della morte, perdita di una primigenia innocenza e prevalere della materialità sulla spiritualità, sublimata nel titolo, derivante da un sonetto di Gioacchino Belli, citato nel finale (…e già la Commaraccia secca de strada Giulia arza er rampino). La costruzione del racconto, riecheggiante Rashomon di Kurosawa, nel contrasto tra quanto narrato e ciò che vediamo essere realmente accaduto, procede più che tramite dei veri e propri flashback, per blocchi digressivi, che andranno a riunirsi in conclusione, sino alla bella scena del ballo, che sarà ripresa dal Maestro in alcune delle più note opere successive.

Voto:7

 

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