Una Calibro 20 Per Lo Specialista

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Thunderbolt and Lightfoot – Stati Uniti 1974 – di Michael Cimino

Commedia/Crime/Drammatico – 115′

Scritto da Dmitrij Palagi (fonte immagine: imdb.com)

Un prete che in realtà è un esperto criminale, ma anche un soldato reduce dalla Corea. Un giovane che vive di espedienti e piccoli furti, vagabondando senza meta. Si incrociano in fuga da una coppia di uomini armati che cercano di ammazzarli. Tutti e 4 insieme finiscono per progettare una rapina di dimensioni storiche…

1973: Cimino e Milius firmano la sceneggiatura di Una 44 Magnum Per L’Ispettore Callaghan.

1974: Cimino scrive la sceneggiatura del suo film d’esordio alla regia: Una Calibro 20 Per Lo Specialista (discutibile e ingannevole traduzione di Thunderbolt and Lightfoot). Eastwood protagonista e Malpaso come casa di produzione. Sono ancora (relativamente) lontani il successo de Il Cacciatore (1978) e la tragedia (economica) de I cancelli del cielo (1980).

Le capacità del regista non sono discutibili. Lo sguardo ironico con cui tratta il genere poliziesco e l’ambiente gangster sono evidenti dalla scena d’apertura, con un’irriconoscibile Eastwood in tonaca da prete che gioca a fare da bersaglio mobile. Il film osa, perdendo talvolta la barra di direzione ma riuscendo sempre a riprendersi. Tra il montaggio e la sceneggiatura risultano poco chiari alcuni passaggi della trama, dando spazio alle chiacchere dei pignoli e alle critiche saccenti. È un difetto comunque poco rilevante, ben compensato da fotografia e dialoghi, affidati a un Eastwood non eccelso (forse a causa del ruolo) e ad un memorabile (quanto giovane) Jeff Bridges. Un film on the road che ruba a piene mani dal gangster-film e dal western, aggiungendo una leggerezza apparente, che regala sorrisi amari e uno sguardo diretto sulla realtà, mai idealizzata. Il destino gioca con le quattro anime in scena, tra loro incastrate in modo perfetto e inserite in un crescendo di tensione degno di un thriller. Cimino dimostra da subito di essere capace di portare avanti film d’autore trasversali, riuscendo (è uno dei pochissimi registi) a ridimensionare la presenza di Clint. Il film si distribuisce equamente fra i due protagonisti, allargandosi al resto della banda nella seconda parte.

Un cinema d’autore strettamente statunitense, legato al valore dell’individuo, ramingo e in cerca di rapporti di amicizia, capace di accettare il suo ruolo di pedina del fato, col quale viene portata avanti una battaglia per non rimanere fregati né omologati. Manca ogni riferimento alla società, se non in modo molto vago, qui si porta avanti un inno a chi non si è rassegnato al vagabondaggio, al muoversi liberamente attraverso i vasti spazi (non a caso prevalgono nettamente le riprese all’aperto). Si può avvertire un senso di nostalgia, declinata su un particolare equilibrio tra elementi drammatici e ironici.

Emerge ad ogni sequenza una grande capacità di regia, mai statica e sempre in evoluzione. Ci si accorge (più che altro da quei salti logici già citati) che si tratta di un esordiente dietro alle macchine da presa. La pellicola è comunque di rara efficacia, avrebbe potuto insegnare moltissimo ai road movies dei decenni successivi.

Più degli inseguimenti colpiscono le scene centrali, che vedono i quattro personaggi impegnati in lavori onesti (temporaneamente e strumentalmente). Il quotidiano passa per straordinario. La prospettiva si ribalta e gli onesti cittadini, in cerca della felicità promessa dalla Costituzione (statunitense), diventano gli stranieri, quelli di cui ci si stupisce.

Classico, amaro, imperfetto.

Un Cimino che conferma le sue capacità di sceneggiatore e preannuncia l’exploit da regista che avrà con il film successivo.

Da riscoprire.

Voto: 7

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