Il Nastro Bianco

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Das weiße Band – Eine deutsche Kindergeschichte – Germania/Austria/Francia/Italia/Canada 2009 – di Michael Haneke

Drammatico/Storico/Mistery – 144′

Scritto da Dmitrij Palagi (fonte immagine: imdb.com)

Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, in un paese protestante nella campagna della Germania del Nord, si verificano inquietanti episodi. La violenza e lo scandalo vengono continuamente soffocati dalla volontà di difendere la quiete della comunità ma il susseguirsi di atti dall’aspetto punitivo minacciano di interrompere la cappa di silenzio.

Tra Weber e Freud spunta la Palma d’oro di Cannes 2009.

Un film difficile, non per complessità del messaggio ma per forme stilistiche: una durata che supera abbondantemente le due ore, la scelta di girare completamente in bianco e nero, la mancanza di colonna sonora (la musica appare sporadicamente ed è sempre eseguita da uno, o più, dei protagonisti).

Un tema non scontato come quello della natura umana, accompagnato dal- l’abbattimento della visione comune riguardo all’innocenza dei bambini, qui presentati come i futuri sostenitori del Terzo Reich, già formati con tutto quel bagaglio di frustrazioni che porterà la Germania ad una delle pagine più oscure della sua storia.

Sono elementi che potrebbero spaventare qualcuno. Non tutti desiderano un’impietosa narrazione che evidenzi le degenerazioni della moralità.

In un’Italia di formazione cattolica, dove la questione morale non rischia degenerazioni ma è del tutto assente, separata dalla politica e maltrattata dalla Chiesa romana, molti si potrebbero anche alzare dalla sala e venire via. Non parla a noi apparentemente. Su questo merita tornare più avanti perché è forse il punto che più evidenzia i limiti de Il nastro bianco.

Importante è spiegare come in realtà non ci sia una complessità reale. Se si riesce a guardare la pellicola con spirito giusto la trama scorre senza intoppi, con una risoluzione del mistero che nel finale pare ricordare la migliore tradizione dei gialli inglesi. Anche il titolo non nasconde grandi arcani: il tessuto rappresenta la presunta e voluta innocenza, dilagante a parole e negata in quasi tutto il campo umano nella quotidianità del villaggio dove si svolgono i fatti. Si salva la piccola borghesia, che sta al limite tra la frustrazione degli sfruttati e l’alienazione della borghesia più elevata. Un’analisi rivolta non solo alla società specifica in cui il nazismo troverà radici.

Un titolo alternativo a cui Haneke aveva pensato era La mano destra di Dio, con riferimento diretto al ruolo dei bambini, religiosi giustizieri che in farsa riproducono il ruolo dell’Inquisizione (o almeno di ciò che essa rappresenta oggi nell’immaginario comune). Il regista ha dichiarato:“il film non tratta solo di fascismo ma di un modello e del problema universale dell’ideale deviato”. Quindi un’accusa lanciata contro le degenerazioni di “religioni, ideologie e terrorismi di ogni segno”. Un’accusa argomentata con impostazione didascalica. Il distacco viene sottolineato dalla voce fuori campo, che illustra immagini e colori di un’altra epoca (l’inizio del XIX secolo appunto), aprendo e chiudendo con una dissolvenza che isola la trama in una sorta di parabola.

La violenza e l’elaborazione della colpa non sono certo temi inediti per Haneke, che da sempre insiste su questo versante. Qui il ragionamento pare però più freddo, con un impianto più teso all’indagare che al denunciare.

Al solito la violenza non viene mostrata, inducendo lo spettatore ad una morbosa curiosità che lo rende parte dei meccanismi, perché in fondo è anche di lui che si sta parlando. Oltretutto ci sono indicazioni e domande ma nessuna risposta. Non si è parte della parabola ma si è chiamati a prendere voce nella discussione, al messaggio che se ne dovrebbe trarre (o alla possibilità di non trarre nessun messaggio).

L’impianto corale si accompagna a un’attenzione forte verso i personaggi (si parla di 7000 bambini chiamati alle prove). Nel villaggio gli adulti non hanno nome, non sono persone ma rappresentano i loro ruoli sociali. Il barone, il contadino, il maestro, il dottore e così a seguire. I personaggi tipo sono quindi la struttura portante della narrazione.

Lo splendido lavoro della fotografia (Christian Berger) aiuta a rendere la pellicola un’efficace parodia degli Heimatfilm. Facendo un confronto con questa tradizione cinematografica resta facile notare come il trauma non siano gli eventi che sconvolgono la comunità (quindi i singoli atti di violenza) ma l’impianto educativo, da cui si salva solo il Maestro.

Se da un lato si parla di una cultura non nostra (il ritorno del figliol prodigo è completamente ribaltato) il messaggio cerca canoni più universali.

L’impostazione dà comunque l’idea di essere limitata. Le scelte stilistiche citate richiamano una nobile tradizione cinematografica europea: “tra Murnau e Bergman, c’è Haneke” ha scritto Mauro Gervasini su Film TV. Per assurdo è questo forse che maggiormente si fa apprezzare. L’invito al ragionamento, la discussione sul Male e l’ipocrisia della ricerca dell’assoluto sono invece posti in modo non troppo efficace. La visione è parziale, ancorata a una spiegazione discutibile. Riportare tutto alla società, ai suoi canoni e ai suoi riti (se non alla sua ideologia) taglia fuori diverse declinazioni sulla questione di cosa renda carnefici. Il personaggio del Maestro arriva persino ad urtare per il suo candore e l’innocenza che porta avanti.

Mariuccia Ciotta ha definito Haneke un compilatore di danni mentali, un moralizzatore per mezzo di visioni apocalittiche”. Purtroppo o per fortuna l’uomo crea le sue contraddizioni in una normalità che non appare apocalittica, se non a posteriori, quando la società di cui era parte è ormai superata e aliena. A quel punto si rischia di degenerare nella riflessione puramente astratta ed anacronistica.

Voto: 6

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