Magic Mike

 

USA, 2012, di Steven Soderbergh. Drammatico / Musicale-110’. Scritto da Antonio Falcone (Fonte immagine: Amazon)

Tampa, Florida. Il trentenne Mike (Channing Tatum) è determinato a perseguire il classico sogno nel cassetto, proporre sul mercato le sue creazioni, mobili costruiti con materiali di fortuna. Intanto, per poter ottenere il necessario finanziamento, si arrabatta tra vari mestieri, fra i quali manovale in un cantiere edile, dove conosce il giovane Adam (Alex Pettyfer), del quale diverrà una sorta di Pigmalione, facendogli conoscere quella che attualmente rappresenta la sua attività più remunerativa: di notte, infatti, Mike diviene “magico”, mandando in visibilio insieme ai suoi colleghi strippers, sotto la guida del veterano Dallas (Matthew McConaughey), le clienti dell’Xquisite Club, le quali non mancano di manifestare il loro apprezzamento con cospicue mance infilate negli slip. Ma dopo aver conosciuto la sorella di Adam, Brooke (Cody Horn), le strade dei due amici prenderanno direzioni diverse …

Diretto da Steven Soderbergh, regista la cui poliedricità e voglia di sperimentare nuovi percorsi sono sempre andate di pari passo, per la sceneggiatura di Reid Carolin, scritta sulla base delle esperienze di Tatum come spogliarellista, Magic Mike si delinea man mano come una sorta di fiaba moderna, o, meglio, un apologo morale, ma non moralista, nella scia di un classico racconto di formazione: attinge nell’immaginario collettivo di un “sogno americano” ormai spento e comunque certamente adeguato, attualizzato, ai tempi della crisi, non solo economica, in cui il disorientamento sembra essere, paradossalmente, l’unico punto di riferimento nell’ambito dei rapporti umani, triste dispensatore d’eguaglianza.

Soderbergh sceglie di mantenere un certo distacco dalla vicenda narrata, nell’ intatta capacità di adattare le storie più diverse alla sua poetica di stile: la regia è sobria, essenziale, quasi documentaristica, a costo d’apparire un po’incolore, ulteriormente avvalorata da un’ottima fotografia, virata al giallo, e da un montaggio abbastanza secco, serrato (ambedue opera sua, sotto lo pseudonimo, rispettivamente, di Peter Andrews e Mary Ann Bernard), capace comunque di coinvolgere, in particolare nell’assecondare le coreografie dei vari balletti, e di far riflettere su temi quali la mercificazione tanto del corpo che dell’anima, in una società ormai costretta nei parametri dell’immagine e del facile guadagno, evidenziando al riguardo una netta contrapposizione tra i quattro protagonisti.

Se infatti Dallas (un ottimo McConaughey) rappresenta colui che ha compreso, nella forma della disillusione, il meccanismo di funzionamento del sistema nel quale ormai si è perfettamente integrato, e da bravo imbonitore non solo lo fa proprio, ma, tra pragmatismo ed esistenzialismo alla buona, lo propone ai novizi come Adam, il quale, nel suo stato amebico (ben reso da Pettyfer, tanto scialbo da sfiorare l’asettico), si lascia andare in balia degli eventi, ripreso solo per un attimo dal buon Mike (Tatum è piuttosto efficace, lontano dalla consueta immagine di “bisteccone”). Quest’ultimo appare, in buona sostanza, “puro” e onesto, tanto da riuscire a scindere il proprio apparire da quel che è realmente, vedi quando si rivolge a Brooke (È Magic Mike che ti sta parlando ora? Io non sono il mio stile di vita), la quale rappresenta, ben resa dalla Horn, l’integrità dei propri ideali o validi propositi, senza farsi irretire dal canto delle sirene d’omerica memoria.

Punti di forza si rinvengono nel vivido realismo di molte scene (la macchina da presa che si intrufola negli improvvisati camerini del locale, l’allenamento in palestra, il conteggio delle banconote guadagnate ogni sera), mentre una certa debolezza si avverte nelle virate intimiste: il peso dell’ovvietà acquista in tal caso una certa consistenza, ponendo la pellicola, a mio avviso, a metà strada tra intrattenimento ed autorialità, lasciando ai posteri l’ardua e definitiva sentenza. Un ultimo inciso per il doppiaggio italiano, che mi è parso poco curato e piuttosto affrettato nell’adattamento al nostro idioma.

Voto:7

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