Quel giorno d’estate

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Amanda – Francia 2018 – di Mikhaël Hers

Drammatico – 107′

Scritto da Francesco Carabelli (fonte immagine: imdb.com)

La terza opera del regista francese Mikhaël Hers focalizza la sua attenzione sull’attualità della Francia negli anni successivi agli attentati di Parigi.

Non vuole essere un film politico e non vuole neanche avere una portata sociologica. E’ il racconto di una famiglia come tante, una famiglia di origine franco-britannica, come tante in Francia. Una famiglia che viene toccata profondamente dagli avvenimenti.

Un attentato in un parco dove fratello e sorella si erano ritrovati con amici, causa la morte della sorella, che lascia così orfana di madre, sua figlia Amanda (da cui il film prende nome nella versione francese).

Sarà così il fratello David (Vincent Lacoste) a prendersi cura della piccola. E’ una decisione di cui ha paura, per le grosse responsabilità che ciò comporteranno. Amanda non ha un padre, o meglio suo padre non l’ha riconosciuta alla nascita e tutta la sua famiglia era sua madre Sandrine, una delle tante ragazze madri che si danno da fare per permettere una vita degna di essere vissuta ai figli, donando tutto il loro tempo, tutto il loro affetto ai più piccoli, nella speranza un giorno di rinnamorarsi di qualcuno che le apprezzi per questo sforzo e che le valorizzi come mogli e come madri. E’ proprio questo che cercava Sandrine: un uomo come quell’Ivan che stava frequentando poco prima di morire.

Ma il destino ha cambiato le carte in tavola e ora la piccola Amanda si trova sola e cerca nel rapporto con David di trovare quell’affetto materno e paterno che solo un familiare può dare.

A dare una mano a David c’è la zia Maud, che si fa carico di quei momenti in cui David è allo stremo e ha bisogno di una presenza adulta, che vada oltre la sua giovane età (24 anni).

Nella vita di David c’è una presenza femminile, una giovane del sud della Francia (originaria di Bordeaux) che per un breve periodo ha soggiornato a Parigi in uno degli appartamenti di cui David è sorvegliante. Léna, questo il suo nome, interpretata da un’eterea e dolce Stacy Martin, si è inserita nella vita di David proprio nel periodo di cambiamento. Anche lei ha assistito all’attentato e ne è rimasta ferita e, proprio a seguito di ciò decide di tornare al sud per trovare tranquillità e per poter esercitare la sua professione di insegnante di piano, riprendendo i contatti con i vecchi allievi in un periodo di riposo forzato dovuto alla fasciatura di una delle braccia, ferita.

La speranza di David, che emerge nel corso della pellicola, è quella di trovare in Léna il sostegno necessario per farsi carico della vita di Amanda fino a quando lei raggiungerà la maggiore età a 18 anni e sarà in grado di badare a sé stessa.

Il finale è un finale di speranza in cui zio e nipote fanno pace con il passato e decidono di andare in Inghilterra ad assistere ad un match a Wimbledon, rispettando la volontà di Sandrine che si era ripromessa di portare il fratello e la figlia oltre Manica.

Sarà l’occasione perché David entri in contatto con sua madre Alison (Greta Scacchi), dopo più di vent’anni e Amanda conosca così sua nonna.

Un finale rassicurante che si chiude a Wimbledon, mostrando ciò per cui vale la pena battersi nella vita.

Da un punto di vista fotografico la pellicola si regge su ampi travelling che seguono i personaggi, in particolare David e Amanda nei loro movimenti in bicicletta e a piedi a Parigi e a Londra.

Questo seguire i protagonisti ricorda l’uso che faceva della macchina da presa in esterni Eric Rohmer, penso in particolare a film come Racconto d’estate o Incontri a Parigi.

Il regista mostra una grande sensibilità per l’infanzia, incarnata dal personaggio della piccola Amanda (Isaure Multrier). La piccola attrice mostra una grande capacità di entrare in parte, soprattutto di far emergere il dramma della perdita della madre, mostrando un lato adulto che va oltre la sua età (sette anni).

A tratti la pellicola di Hers ci riporta alla sensibilità per i più piccoli di registi come Wenders (Alice nelle città) o Truffaut (Il ragazzo selvaggio, Gli anni in tasca).

Sceneggiatura ben calibrata senza lasciare sbavature o eccedere nel melodramma. 

Ad accompagnare la pellicola la bella colonna sonora di Anton Sanko, che sottolinea i diversi momenti salienti e non delle vicende narrate, con un sottofondo, mai invasivo, ma sempre gradevole.

La recitazione non è mai sopra le righe e il personaggio principale di David, prende su di sé le sorti della pellicola, con quel suo fare un po’ strafottente, a volte malinconico, ma sicuramente ben calibrato per le doti attoriali di Vincent Lacoste.

Certo sono argomenti forti, che parlano di una realtà a noi vicina di chi ha vissuto sulla propria pelle l’estremismo islamico (nel film c’è tuttavia una critica della religione tout-court, che non fa ipocritamente dei distinguo tra diverse confessioni o religioni- forse questo il lato più debole di tutta la pellicola) e che cerca però di superare la perdita e il dolore nell’affidamento, affidamento l’un altro e responsabilità di chi è più maturo nei confronti di chi deve crescere e trovare il suo posto nel mondo.

Voto: 8

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