Nemico Pubblico

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Public enemies – Stai Unit/Giappone 2009 – di Michael Mann

Biografico/Crime/Drammatico – 140′

Scritto da Dmitrij Palagi (fonte immagine: imdb.com

Dillinger è un gangster di Chicago slegato da qualsiasi tipo di associazione criminale organizzata. Decide di volta in volta quale banca svaligiare, vivendo privo di progetti a lunga scadenza. Durante la Grande Depressione riesce a farsi simbolo di un riscatto dei poveri rispetto alla finanza, nonostante rubi ai ricchi senza però donare ai poveri. Le eclatanti azioni di Dillinger spingono il nuovo direttore dell’FBI, Hoover, a creare una squadra apposita per catturare “Johnny D”. Il gruppo, guidato da Melvin Purvis, inizia una caccia all’uomo spietata, destinata a segnare le prime pagine dei giornali per diverse settimane.

È più criminale rapinare una banca o fondarla?

Citando la domanda di Brecht si coglie lo spirito con cui Dillinger e gli altri Public Enemies (plurale nel titolo originale) riuscirono a conquistare il sostegno di una parte considerevole dell’opinione pubblica. Mann sposa in pieno questa prospettiva, rompendo le categorie di buono e cattivo, rendendole trasversali e mutevoli a seconda dei personaggi (fatto salvo per Johnny D e gli uomini a lui più vicini).

Uscire dalla Grande Depressione rubando ai ricchi, ai responsabili della crisi economica, ai pochi che non vengono colpiti dalla miseria. In tempi di rinnovata caduta della finanzia, di bolle esplose e facili crediti bruciati non è difficile comprendere il contesto di quegli anni.

Impossibile non comprendere su chi possa ricadere la simpatia delle persone, tra una Tommy Gun proletaria (citata anche dai The Clash) e un incravattato direttore di banca.

Mann porta il mito di Dillinger all’interno di un’ottica reale, sotto l’astrazione del digitale. Maestoso in ogni particolare, capace di imporre una riscrittura della realtà in pochi tratti, avvolge completamente lo spettatore. La ricostruzione è minuziosa e l’impatto coinvolge senza difficoltà (merito anche dello splendido lavoro di Dante Spinotti, direttore della fotografia). Essenziale, intimo e allo stesso tempo estetico. Non c’è attenzione agli essere umani come creature psicologicamente complesse. Non ci sono ruoli di buono e cattivo. Poliziotti, criminalità organizzata e politica stanno creando un nuovo mondo, dove si possano incastrare i diversi elementi in un sano e pacifico equilibrio, tentando di uscire assieme dalla difficile situazione economica. Per i battitori liberi non c’è campo disponibile. Dillinger si pone come eroe romantico al di fuori del sistema, tagliato fuori da mafia e politica.

Il lavoro di Bryan Borrough (da cui la sceneggiatura è dichiaratamente ispirata) garantisce un’attinenza (storica) insolita per questo filone hollywoodiano. Non mancano le parti romanzate ma aspettarsi di più dal cinema statunitense è cosa impossibile. Domina comunque la volontà di confrontarsi con il mito, rompendo schemi scontati e giocando sugli stereotipi. L’intimità è quella di un universo fatto di categorie trasversali, dove la simpatia verso uno stesso poliziotto può diventare odio, se non dileggio.

Quanti registi oggi in attività sono capaci di portare avanti film di genere a questi livelli? La pellicola pare partire a rilento, acquistando sempre più ritmo e raggiungendo la perfezione. Passata la prima mezz’ora tutto è come dovrebbe essere. Bulli e pupe in secondo piano garantiscono il fascino di un’opera altrimenti debole se riferita al solo Johnny Deep, capace comunque di riportare Mann a un successo commerciale da tempo assente.

Prima del pupillo di Burton il ruolo sembrava essere destinato a Di Caprio. Non sarebbe cambiato probabilmente molto. Il fascino tenebroso dei due attori può far colpo su numerose adolescenti ma è innegabile come si fondino sull’essere belli. Niente a che vedere con i volti di Crowe, De Niro, Al Pacino o lo stesso Bale (non che siano paragonabili sullo stesso piano, a livello di recitazione). Dillinger finisce per presentarsi come un’appariscente e luccicante insegna della Coca Cola. Pazienza, se dietro c’è Stephen Lang, sceriffo che sembra uscito da un set western, arrivato dal Texas per aiutare l’imberbe Purvis (Christian Bale appunto). Non è un caso che la chiusura del film sia affidata a Lang e Cotillard (le spalle dei due protagonisti).

Il film resta ancorato ad un progetto che nasce per la televisione e subisce vari passaggi, tra produzione e sceneggiatura. Probabilmente è questo a comportare un effetto particolare, una sorta di universo autosufficiente.

Ovviamente il merito della questione attraversa il lavoro di uno dei registi più capaci in circolazione, indipendentemente dal livello di gradimento che Mann riscuote tra il vasto pubblico.

Un atto di amore verso temi e luoghi che il regista sente vicine a sé.

Una storia di un personaggio al di fuori del mondo che mafia, politica ed economia stavano creando (ed hanno creato).

Non ci sono grosse considerazioni da aggiungere. I tecnicismi sono rimandati a specifiche sezioni. Un regista in ottima forma, un cast di ottimo livello (indipendentemente dai nomi in cartellone), una sceneggiatura curata nei minimi dettagli, il digitale che estranea lo spettatore dalla realtà. Il tutto sulle note di Otis Taylor e di una colonna sonora che si fa apprezzare come degna accompagnatrice.

Un film di genere, che rivendica la propria appartenenza ed identità senza scadere nello scontato.

Voto: 8

 

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