Fuoco fatuo

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Le feu follet – Francia 1963 – di Louis Malle

Drammatico – 108′

Scritto da Francesco Carabelli (fonte immagine: imdb.com)

Alain Leroy vive la sua vita affondando i dispiaceri nell’alcool. Si fa mantenere dalle donne con cui vive e dissipa i loro averi alla ricerca del proprio piacere. Ma questa vita lo porta ad un’infelicità più profonda, l’alcool lo sta per uccidere. Cerca la disintossicazione, ma emerge un vuoto più profondo, un interrogativo sulla propria vita e sul suo senso…un interrogativo al quale Alain non sarà in grado di rispondere se non a suo modo.

Il film di Louis Malle riprende con fedeltà il romanzo omonimo di Pierre Drieu La Rochelle, autore dimenticato dai più a causa delle sue simpatie fasciste. La storia narrata da Drieu La Rochelle è quella degli ultimi giorni di vita dell’amico dadaista Jacques Rigaut, scrittore in erba, che visse con furore la propria breve esistenza, devastata dall’abuso di stupefacenti che assumeva per dimenticarsi dell’infelicità nei rapporti con le donne e perché debole. Rigaut non ebbe mai un vero e proprio lavoro, ma visse degli aiuti degli amici benestanti e delle donne con cui visse.

L’opera di Malle rivede questa figura, come nel libro rinominata Alain Leroy (interpretato da un efficace Maurice Ronet, in una delle sue migliori interpretazioni) il quale nel film è alla ricerca di una disintossicazione non dalla droga, bensì dall’alcool e per questo vive da qualche mese in una clinica privata a Versailles, nella quale tiene un’esistenza riservata e morigerata che però gli toglie ancor più la voglia di vivere. L’ultima giornata di Alain sarà una costante ricerca di un appiglio negli amici, ma già in lui è maturata l’idea di togliersi la vita con un colpo di pistola al cuore, per lasciare un segno indelebile nel rapporto con i suoi amici e conoscenti, che lui non ha saputo amare, ma che a loro volto non hanno saputo amarlo fino in fondo. Il romanzo e il film sono opere di transizione, rappresentano il tentativo del protagonista di passare dall’adolescenza all’età adulta, di lasciarsi alle spalle un’esistenza fatta di consumo di emozioni per entrare in una fase di amore, di passione fatti anche di pazienza.

Ma Alain non riesce in questa transizione, il vuoto lasciatogli dai mesi di astinenza ha aperto un vuoto ancora più grande nella sua vita fatta da abitudini e manca in lui una ragione di vita seppur flebile a cui aggrapparsi per uscire da una situazione di angoscia (in senso heideggeriano) e disperazione. Del film di Malle ci colpiscono la sequenza iniziale fatta di primi piani in alternanza del protagonista e dell’amante, che ci mostrano il dolore e la sofferenza di Alain di contro all’amore di Lydia. Ci piace l’uso della voce narrante e della voce interna dei protagonisti che introducono le vicende. Vi è inoltre un’insistenza di Malle sugli oggetti, sui soprammobili , sul quotidiano di Alain e in ciò Malle riprende in qualche modo tratti dello spirito dada degli scritti di Rigaut, come allo stesso modo la frammentarietà della scrittura di Rigaut viene ripresa nelle discontinuità nel montaggio della pellicola con delle cesure spaziali che creano inquietudine e sospensione nello spettatore.

Encomiabili le musiche di Erik Satie che accompagnano senza essere invadenti le vicende di Alain Leroy. Un film in bianco e nero che ci sorprende per la sua attualità e la sua freschezza. Certo una pellicola che ancora oggi ci parla a distanza di anni con un messaggio valido anche per la contemporaneità: laddove mancano i valori, laddove le amicizie sono solo di facciata, l’uomo si ritrova solo e non ha una speranza altra che lo possa far uscire da sé e sperare una vita nuova. Il suicidio allora sembra l’unica soluzione, l’ultima parola del singolo. L’opera di Drieu La Rochelle e il film di Malle vo- gliono portarci a riflettere su cosa noi nel quotidiano possiamo fare per evitare che il nostro amico o il nostro conoscente, il nostro “vicino”, decida di porre fine alla sua esistenza; sono un interrogativo alla nostra coscienza, alla nostra vita.

Voto: 8

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