Tusk

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Tusk – Stati Uniti 2014 – di Kevin Smith

Commedia/Drammatico/Horror – 102′

Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine: imdb.com)

Podcaster di stanza a Los Angeles, Wallace Bryton (Justin Long) vola a Winnipeg, Manitoba (ma il film è girato in North Carolina) per intervistare l’ultimo fenomeno di youtube, “Kill Bill Kid”, ma qualcosa va storto. A corto di materiale e sperduto nel Grande Nord canadese, Wallace si imbatte nell’annuncio di un vecchio lupo di mare dall’oscuro passato, in cerca di qualcuno che ne raccolga le memorie. Arrivato nell’isolata magione di Howard Howe (Michael Parks), Wallace scoprirà troppo tardi di essere alla mercè di uno psicopatico, e ne subirà gli orrori più impensabili. A salvarlo saranno, forse, la fidanzata Ally (Genesis Rodriguez), il miglior amico Teddy (Jaley Joel Osment) e il bizzaro investigatore Guy Lapointe (Johnny Depp /Guy Lapointe).

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate (in sala). E mi rivolgo a chi, come la sottoscritta, attende da anni che l’eterno Peter Pan Kevin Smith, ormai quasi quarantacinquenne, si decida a sfornare un altro capolavoro à la Clerks (di cui è in cantiere un terzo capitolo). Rilassatevi, non succederà nè ora nè mai. Dopo averci deliziato con goliardiche e irriverenti trovate come Zach e Miri e Poliziotti fuori, e aver tentato invano la via della pseudo-serietà con Red State, il buontempone Smith ritorna nelle sale piú insolente che mai, con un horror demenziale che si potrebbe definire con un solo aggettivo: “malato”.

Primo capitolo di un’ideale trilogia canadese – provocatoriamente ribattezzata “The True North Trilogy” – Tusk alletterà forse il palato poco raffinato dello spettatore medio statunitense, che dei vicini settentrionali non ha mai coltivato un’opinione particolarmente lusinghiera. Meno partecipative si prospettano le reazioni degli stessi canadesi, siano essi anglofoni o québécois (ce n’é veramente per tutti i gusti), avvezzi all’autoironia ma probabilmente impreparati alla valanga di stereotipi e pure provocazioni che Smith riversa nel proprio delirio zoofilo.

Definito all’unanimità dai critici del TIFF (dove esordiva, naturalmente, come “midnight madness”) un’assoluta follia, Tusk è l’enigma che solo Kevin Smith avrebbe potuto dirigere. Basato sull’esperienza reale del regista come podcaster, e forgiato dall’interazione con i fan smithiani su twitter, Tusk si presenta in tutta la sua ambiguità a molteplici letture. Di una bruttezza tale da diventare perfino interessante, l’opera ultima di Smith rasenta il trash di watersiana memoria, ma qualsiasi tentativo di interpretarne il senso in maniera razionale si piega al dubbio amletico che essa sia in realtà, e qui mi limito a citare Venditti (mi si perdoni il francesismo), ” ‘na grande presa per culo”.

Intriso di citazioni tarantiniane talmente evidenti da rasentare l’imbarazzo (allo stesso Tarantino era originariamente riservato il ruolo di Guy Lapointe), Tusk procede con fare cartoonistico e decisamente nerd a decostruire i tropi di uno dei generi cinematografici piú vituperati di sempre. Le performance sopra le righe di Michael Parks (indimenticabile sceriffo/pappone in Kill Bill) e Justin Long (già pornostar omosex per Smith in Zach e Miri) si uniscono ad un coro di eccessi di genere assolutamente superflui a livello narrativo (vedi il monologo strappalacrime di Ally o gli scadenti inserti flashback in b/n) ma necessari a definire l’atmosfera di diffuso non- sense – per non dire totale WTF – in cui il film si colloca.

“A true transformative tale” secondo la tagline americana – e per evitare lo spoiler si pensi soltanto sull’assonanza (ahimè inutile per il pubblico italiano) dei termini “Wallace” and “walrus” – Tusk si spinge verso profondi abissi d’assurdità nella sua riflessione sulla bestialità umana. Sempre che di riflessione si tratti. Deciso a prendersi gioco del proprio pubblico fin dai titoli di testa, Smith dichiara la sua ultima fatica “basata su eventi reali” (il podcast “The Walrus and the Carpenter”, FYI). Ma se la trovata meta-cinematografica aveva un suo senso nell’universo coeniano di Fargo, con Smith la battuta non fa piú ridere. Anzi, il film nella sua interezza sembra presentarsi piuttosto come una barzelletta troppo lunga e mal raccontata, che per di piú non è nemmeno divertente.

Logorroico fino allo sfinimento, con dialoghi protratti ad libitum col solo intento di innervosire lo spettatore, Smith sembra non avere ben chiaro nemmeno a quale pubblico rivolgersi. Ad eccezione dei luoghi comuni piú superficiali del mito canadese, è infatti improbabile che l’audience statunitense, al cui mercato il film è probabilmente destinato, o qualsiasi audience in realtà possa cogliere i riferimenti piú complessi (ma non meno offensivi) alla Grande Noirceur dell’era Duplessis come causa della psicopatia di Howe. E certo si fatica a comprendere il senso di Johnny Depp travestito da cliché francese (e neppure franco-canadese) con nome-omaggio allo storico difensore dei Montreal Canadiens Guy Lapointe.

E se Tusk fosse in realtà una satira spietata dell’atteggiamento paternalistico e derisorio del Grande Fratello statunitense verso il Fratello Minore canadese (ovvero Howe come metafora della vendetta del secondo sul primo)? Come spiegare allora la frecciata all’oscurantismo québécois lanciata da Howe? E se si trattasse piuttosto di una favola nera dalla morale esopica, diretta a castigare il maschio fedifrago e menefreghista? O forse ancora di un omaggio alla ricerca nostalgica di un’amicizia perduta? O, per finire in bellezza, di un adattamento della riflessione derridiana sulla rivalutazione dell’interiorità animale nell’incontro con il soggetto umano, rivisitata in salsa pop-postmoderna?

Certo si potrebbe cercare di attribuire una logica profonda al delirio entropico in cui Smith ama sguazzare beato. Oppure constatarne semplicemente l’assenza. Flop totale al botteghino nonostante l’hype generata su internet e le recensioni, come d’abitudine, ambivalenti, Tusk non apporta nulla di sostanzialmente nuovo alla filmografia eccessiva e noncurante di Smith, a cui il plauso del pubblico o il successo al box-office interessano forse meno che dare un senso ai propri film, e che di certo non lo dispenseranno dal realizzarne altri.

Voto: 5

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