Wall Street

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Wall Street – Stati Uniti 1987 – di Oliver Stone

Crime/Drammatico – 126′

Scritto da Dmitrij Palagi (fonte immagine: imdb.com)

Bud Fox (Charlie Sheen) è un broker disposto a qualsiasi sacrificio per raggiungere successo e gloria nel mondo della finanza. A seguito di perseverante ostinazione ottiene un colloquio con lo squalo della borsa Gordon Gekko (Michael Douglas), idolo degli yuppie di New York. Sacrificando la morali insegnatali dal padre (Martin Sheen), operaio sindacalista integerrimo, Bud ottiene la strada del successo, conquistando fama, denaro e la donna ideale. Il sogno si interrompe quando entra in gioco la compagnia area per cui lavora il padre. Lo scontro tra economia reale e finanza, tra speculazione e lavoro è messo in scena attraverso attori di alto spessore, che cercano di personificare una realtà limitata, per i più, agli schermi televisivi dei telegiornali.

Il più ricco 1% del paese possiede metà della ricchezza del paese, 5 trilioni di dollari. Un terzo di questi viene dal duro lavoro, due terzi dai beni ereditati, interessi sugli interessi accumulati da vedove e figli idioti, e dal mio lavoro, la speculazione mobiliare-immobiliare. È una stronzata, c’è il 90% degli americani là fuori che è nullatenente o quasi. Io non creo niente, io posseggo!

Il tito​lo​ del film in origi​ne​ dove​va​ esse​re​ Greed. Un richia​mo​ a Stroheim troppo​ impe​gna​ti​vo,​ meglio​ far rife​ri​men​to​ alla realtà,​ a una Wall Street che a cicli rego​la​ri​ (compre​so​ il 1987) si arre​sta,​ si mostra​ in tele​vi​sio​ne​ per annun​cia​re​ di aver brucia​to​ diver​si​ milio​ni,​ spaven​ta​ (senza mai esage​ra​re)​ e poi ripar​te​ come niente​ fosse. Stone, che cono​sce​ bene l’argo​men​to​ visto che il padre era agente​ di borsa, si cimen​ta​ in un manifesto cinematografico lancia​to​ contro​ un tipo di econo​mia​ che non crea niente,​ se non dena​ro​ sul dena​ro,​ attra​ver​so​ la specu​la​zio​ne​ e il raggi​ro​. Unico punto a favo​re​ della classe​ profit​ta​tri​ce​ è la batta​glia​ ingag​gia​ta​ contro​ alcu​ni​ mana​ger​ di bassa lega (elemen​to​ che non è anda​to​ perso negli ulti​mi​ anni, viste le recen​ti​ crona​che):​ il resto è capitalismo della peggior specie.

Il regi​sta,​ si sa, non è avvez​zo​ a mezze misu​re​ e non prova mai a cela​re​ le criti​che​. Sarà che l’ispi​ra​zio​ne​ è venu​ta​ mentre​ scrive​va​ la sceneg​gia​tu​ra​ dello Scarface di De Palma, ma qui l’estre​miz​za​zio​ne​ e la schema​tiz​za​zione​ della trama (soprat​tut​to​ dei perso​nag​gi)​ mette in imba​raz​zo​. C’è il catti​vo​ che ha snatu​ra​to​ il messag​gio​ ameri​ca​no​ del self-made,​ marcian​do​ senza pietà sulla testa di chiunque​ fosse per la sua strada​ (se vuoi un amico, prendi​ti​ un cane). C’è il padre della volpe che è un onesto​ sinda​ca​li​sta ed opera​io,​ privo di qualsia​si​ ombra mora​le​. Nel mezzo il ragaz​zo​-volpe​ (Fox appun​to)​ tra i due oppo​sti​ e in balia della sua astuzia​. Lancia​to​ verso il succes​so​ mira al dena​ro​ e alla fama. Non desi​de​ra​ una vita di sacri​fi​ci,​ prefe​ri​sce​ fare lo yuppie​. Allo stesso​ tempo non riesce​ a diven​ta​re​ come il suo idolo, sempre​ tira​to​ da un’eti​ca​ che in fami​glia​ gli è stata inse​gna​ta​ e lui non riesce​ ad esorciz​za​re​.

La storia​ è atti​nen​te​ alla realtà,​ si fa specchio​ di tante sfuma​tu​re​ inattac​ca​bili,​ senza mai evita​re​ di ricor​dar​ci​ che siamo davan​ti​ ad un film idealiz​za​to in tutte le sue posi​zio​ni​. D’altron​de​ l’inten​to​ del cine​ma​ di Stone non è mai quello​ di allu​de​re​ e acca​rez​za​re​ lo spetta​to​re,​ che anzi è bene si faccia​ travol​ge​re​ da una cari​ca​ di elefan​ti​ india​ni​. La foto​gra​fia​ di Robert Richardson (già presen​te​ in Platoon) inqua​dra​ l’otti​ma​ reci​ta​zio​ne​ di Michael Douglas, per la quale vince​rà​ un Oscar, un National​ Board e un David di Donatello. All’al​tez​za​ si dimo​stra​no​ anche i due Sheen, mentre​ la biondo​na​ Daryl Hannah sfigu​ra​ senza pietà lungo quasi tutto il film. A loro si aggiun​ge​ il fasci​no​ britan​ni​co​ di Terence Stamp e le musi​che​ curate​ da Stewart Copeland (vedi batte​ri​sta​ dei The Police, per chi non avesse​ colle​ga​to​ i nomi).

Il ritmo è coinvol​gen​te​ e l’amal​ga​ma​ di reci​ta​zio​ne,​ sceneg​gia​tu​ra​ e foto​grafia​ si fa apprez​za​re​ ad ogni secon​do,​ portan​do​ una realtà​ spesso​ mitiz​zata​ e lonta​na​ alla porta​ta​ di tutti. Per certi aspetti​ il film mostra​ quello​ che il pubbli​co​ vuole vede​re,​ dà uno strumen​to​ visi​vo​ a chi criti​ca​ un certo tipo di capi​ta​li​smo​ e un certo modo di gestio​ne​ dell’e​co​no​mia​. Per altri si dimo​stra del tutto inappro​pria​to​ per un livel​lo​ di discus​sio​ne​ più eleva​to​. Come già detto l’uni​ca​ pecca è appun​to​ lo scontro​ bene​-male,​ giusto​-sbagliato,​ mora​le​-immo​ra​le,​ privo di zone inter​me​die​ e di ango​li​ d’ombra​. Pecca​to,​ verreb​be​ da dire. Ma in fondo è Oliver Stone: il film è forte​men​te​ suo, oltretut​to​ con richia​mi​ auto​bio​gra​fi​ci​ e inten​ti​ perso​na​li,​ quindi​ poco da obbietta​re​.

 

Al di fuori della ricer​ca​ di origi​na​li​tà​ – il danna​to​ che vende l’ani​ma,​ si gode il frutto​ desi​de​ra​to,​ deca​de,​ paga il prezzo​ della sua scelta​ ed infi​ne​ si redi​me – c’è di che passa​re​ due ore di buon cine​ma,​ seppur​ reto​ri​co​. Dina​mi​co,​ poten​te​ e in un certo senso sobrio​ è una lezio​ne​ mora​le​ piace​vo​le​ che mai stupi​sce​ e mai delu​de,​ oltre​tut​to​ mante​nen​do​si​ più che attua​le​ anche a distanza​ di oltre venti anni.

Non sarai tanto ingenuo da credere che viviamo in una democrazia, vero Buddy? È il libero mercato e tu ne fai parte.

Voto: 7

 

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