The Beach Bum – Una vita in fumo

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The Beach Bum – Svizzera/Regno Unito/Francia/Stati Uniti – di Harmony Korine

Commedia – 95′

Scritto da Elena Rimondo (fonte immagine: imdb.com)

Il poeta Moondog conduce a Key West una vita all’insegna di alcol, sesso e droga. In occasione del matrimonio della figlia Heather, ritrova la moglie Minnie, ma la tragedia è dietro l’angolo. 

Della trama non si può dire di più per non rovinare l’effetto sorpresa in un film pieno di colpi di scena e di virate improvvise. Nonostante sia una tragedia quella che capita a Moondog, costringendolo a fare i conti con se stesso, il suo passato e la sua vita di stravizi, non si può definire The Beach Bum un film drammatico. Almeno, non lo è all’apparenza, dato che tutto, persino il dolore e la povertà, sembra venire sbeffeggiato. In realtà il film di Korine è a suo modo drammatico, ma bisogna andare oltre le apparenze, scavando sotto la patina kitsch e scanzonata con cui si presenta. A incoraggiare una lettura superficiale contribuisce il fatto che il film inizia come un’infinità di altri film: un artista (qui un poeta) in declino ha perso la vena creativa e per questo conduce una vita di bagordi. L’elemento di originalità sta nella piena consapevolezza di Korine, il cui Spring Breakers nel 2012 era stato apprezzato più dalla critica che dal pubblico, forse per via dello stile bizzarro che contraddistingue il regista. The Beach Bum inizia nel più convenzionale dei modi per proseguire in maniera quasi casuale, fino ad un finale spiazzante ma, in fondo, perfettamente coerente col personaggio, soprattutto se si tiene in considerazione il breve filmato in cui si vede com’era Moondog prima di perdere la vena creativa. Insomma, il film ha un andamento circolare che racchiude le avventure picaresche del poeta meno probabile che si sia mai visto sullo schermo, non solo per via del look, ma anche perché ad interpretarlo è stato scelto nientepopodimeno che Matthew McConaughey, irriconoscibile con i capelli lunghi e un paio di occhiali da sole flip-up perennemente indosso. Che Korine sia perfettamente consapevole lo si vede dall’ostentata esagerazione nel rappresentare situazioni e personaggi. Tutto, dagli stravizi di Moondog al lusso in cui vive la moglie, è sopra le righe, per non dire francamente kitsch, il che rende abbastanza difficile parteggiare per il protagonista e farsi un’idea di dove voglia andare a parare il film. Ma forse è proprio questo l’obiettivo del regista, che infatti fa cambiare continuamente direzione al film, sempre in bilico tra dramma e farsa. Anzi, a volte le due modalità si fondono, per esempio nella scena drammatica eppure esilarante in cui l’amico Whack, che di professione accompagna i turisti a vedere i delfini, si tuffa in mezzo a degli squali scambiandoli per delfini e perde un piede, mentre gli altri sulla barca sospettano che sia tutto parte dello show. Decisamente farsesca, invece, la scena, cha da sola vale tutto il film, in cui Moondog conduce un piccolo esercito di barboni verso la villa della moglie per prenderla d’assalto. Tra l’altro qui Korine usa il ralenti, tecnica a volte fin troppo abusata, in maniera originale e intelligente. In definitiva, sta allo spettatore trovare la tragedia nascosta sotto la farsa e rendersi conto di quanto profondo sia l’abisso in cui può cadere un uomo, persino (o soprattutto) se è un poeta. Non fatevi quindi fuorviare dal linguaggio scurrile, la messinscena rutilante e gli stereotipi, ma andate oltre l’apparenza, anche se ci sarà da scavare un bel po’.

Voto: 7 

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