Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni

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You Will Meet a Tall Dark Stranger – Stati Uniti/Spagna 2010 – di Woody Allen

Commedia/Drammatico/Romantico – 98′

Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine: imdb.com)

Dopo quarant’anni di matrimonio, Helena ed Alfie si separano. Helena cerca conforto nelle previsioni di una cartomante, mentre l’ex-marito, benedetto dai “geni della longevità”, si consola con una volgare attricetta dai dubbi trascorsi. La figlia Sally, stanca della relazione ormai logora con lo scrittore fallito Roy, s’innamora del gallerista Greg. Roy nel frattempo concupisce la bella dirimpettaia. L’epilogo sarà amaro (quasi) per tutti.

Cineasta instancabile da più di quarant’anni, Woody Allen rivisita uno dei temi più inflazionati della sua filmografia: la famiglia e con Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni (lo “sconosciuto alto e bruno” del titolo originale si perde nell’insulsa traduzione italiana) – presentato in anteprima al 63esimo Festival di Cannes – aggiorna il leitmotiv della precarietà sentimentale senza abbandonare il consueto, incrollabile cinismo. Dopo una breve incursione nell’adorata New York con Basta Che Funzioni, Allen sceglie nuovamente Londra – location dei consecutivi Match Point, Scoop e Sogni e Delitti – per raccontare una storia d’amore e frustrazione in cui trovano spazio numerosi topoi della sua sconfinata cinematografia.

Terrorizzato da una vecchiaia fisica incombente, l’anziano Alfie trova l’elisir di lunga vita in un’amante giovane e svampita, figura ricorrente in numerose pellicole alleniane, da Pallottole su Broadway (Olive Neal/Jennifer Tilly) a La Dea dell’Amore (di Mira Sorvino/Lucy Punch condivide tanto la professione quanto l’insopportabile vocetta stridula, complice anche un agghiacciante doppiaggio), passando per Hollywood Ending (Lori/Debra Messing) e Mariti e Mogli (Sam/Lysette Anthony). Ed è proprio di quest’ultima opera, una delle più sperimentali della sua carriera, che il regista newyorchese sembra voler tentare una rilettura in chiave contemporanea.

Troppo vecchio, a suo dire, per sedurre belle ragazze, Allen affida il ruolo che nel ’92 fu di Sidney Pollack ad un insolito Anthony Hopkins, alle prese con spese folli, Viagra ed un’amante ad altissimo mantenimento. Ma le barriere culturali sono insormontabili e l’esperienza di rinnovata giovinezza non dura a lungo: lo scapolo d’oro ritorna all’ovile. Questa volta troppo tardi. Naomi Watts e Josh Brolin come Woody Allen e la Farrow (ma senza le complicazioni reali della relazione sentimentale tra i due) cercano l’amore fuori dai vincoli di un matrimonio logorato e logorante (solo uno lo troverà davvero) ma le coincidenze non si esauriscono qui: lei vorrebbe un figlio che non arriverà mai, lui l’approvazione per un romanzo di successo, ed è impossibile non rivedere in Roy e Sally i personaggi di Judy e Gabe.

Anche a vent’anni di distanza il “matrimonio secondo Allen” continua a configurarsi come una trappola destinata allo sfacelo, un giogo che conduce la coppia a disfarsi e ricomporsi in un circolo autodistruttivo di adulteri e ripensamenti. Una sgradevole voce narrante alla Vicky Cristina Barcelona vorrebbe farci credere che si tratti soltanto di una favoletta d’ascendenza shakespeariana, “una storia di rumore e furore che non significa nulla”, ma dietro l’ironia si fa strada l’incomunicabilità e nel dialogo tra la Watts e Banderas (un campo-controcampo con sfalsamento dei piani) non potrebbe essere più evidente.

Allen non si esime neppure dal lanciare l’ennesima frecciatina al carattere fasullo della magia e alle false speranze che la gente comune sembra nutrire nei suoi confronti. In Mariti e Mogli una discussione sulla validità degli oroscopi poneva brutalmente fine alla relazione tra Pollack e una giovane insegnante di aerobica, ne La Maledizione dello Scorpione di Giada e in Scoop un ciarlatano impiegava i propri “poteri” per fini ben poco edificanti. In Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni è il personaggio di Helena, con la sua incrollabile fede nei vaticini di una venale cartomante, ad incarnare l’atteggiamento ottuso e disperato di chi cerca nell’occulto la risposta ai propri problemi terreni. E, paradossalmente, la trova.

L’analisi è però inconcludente: abituato a sceneggiature sintetiche e pellicole di breve durata (raramente raggiungono le due ore), Allen non riesce a terminare la propria riflessione e il finale resta sospeso, liquidato dalla flebile morale secondo cui “le illusioni valgono più della magia” (dove stia il miglioramento è un mistero). Con più di quaranta film all’attivo (quasi annualmente, da Prendi i Soldi e Scappa del ’69), Woody Allen paga il prezzo di uno stakanovismo quasi compulsivo, i cui risultati non sempre riescono a tener testa ai capolavori che li precedono. La materia prima certo non manca (pochi sceneggiatori sanno parlare di famiglia e relazioni con la stessa acutezza), così come un cast strepitoso e fedelissimi collaboratori (Alisa Lepster al montaggio e Vilmos Zsigmond alla fotografia), ma la creatività si perde sui binari di una concezione “fordista” del lavoro cinematografico.

Discorso a parte per la musica, che non perde il suo ruolo centrale né a livello diegetico (il personaggio della Pinto, polistrumentista fai-da-te) né extra-diegetico (il consueto impiego di musiche jazz e brani classici nella colonna sonora). Grande rentrée anche per la lirica, che torna ad influenzare il processo di innamoramento dei personaggi: era successo a Dianne Wiest in Hanna e Le sue Sorelle e a Jonathan Rhys-Meyers in Match Point (pellicola dalla soundtrack composta quasi interamente da brani d’opera), tocca qui a Naomi Watts, stregata dalla Lucia di Lammermoor di Donizetti.

Per fugare ogni dubbio sulla necessità di un (pre)pensionamento alleniano ci si riaggiorna a maggio, con Midnight In Paris (in apertura del prossimo Festival di Cannes).

Voto: 6

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