Il discorso del Re

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The King’s speech – Regno Uniti/Stati Uniti/Australia – di Tom Hooper

Biografico/Drammatico/Storico – 118′

Scritto da  Fulvia Massimi (fonte immagine: imdb.com)

1934. Per correggere la balbuzie che lo affligge dall’infanzia il futuro re Giorgio VI si rivolge all’eccentrico logopedista Lionel Logue. Tra i due maturerà un insolito e duraturo rapporto d’amicizia.

Secondo biopic sui generis per Tom Hooper, che ne Il Maledetto United raccontava gli anni tormentati del leggendario allenatore britannico Brian Clough alla guida del Leeds. Trainato dalla magnifica sceneggiatura di David Seidler, il regista londinese supera se stesso dirigendo un capolavoro dall’estetica tanto personale quanto inappuntabile: con le sue dodici nomination Il Discorso del Re si candida, a ragione, grande favorito nella corsa agli Oscar 2011.

Come già aveva fatto con Clough, Hooper sceglie un personaggio “storico” dal temperamento scontroso ma dotato di una profonda umanità: un re che non desidera fare il re, schiacciato dalla responsabilità di un trono non voluto (il fratello David abdicò in suo favore nel ’36 per sposare la divorziata americana Wallis Simpson) e dal peso di una menomazione che lo rende inadatto a guidare un popolo ma costretto a superare le proprie nevrosi per guidare l’Impero attraverso uno dei periodi più drammatici della storia mondiale.

Candidato all’Oscar come miglior attore protagonista per il secondo anno consecutivo (nel 2010 con A Single Man di Tom Ford), un Colin Firth magistrale presta corpo e (soprattutto) voce ad Albert Frederick Arthur George Windsor – re Giorgio VI per i suoi sudditi, “Bertie” per i famigliari – restituendone un ritratto impeccabile.

Non meno all’altezza uno strepitoso Geoffrey Rush nei panni dello stravagante terapeuta australiano Lionel Logue, che con i suoi metodi non convenzionali (e forse “bolscevichi”) seppe restituire la voce ad un uomo troppo terrorizzato da se stesso per comprendere le proprie potenzialità. Scioglilingua, turpiloquio (“See how defecation flows trippingly from the tongue?”), canzoni, gorgheggi a finestre aperte: ogni mezzo, anche il più eccentrico, può dare i suoi frutti e di certo produrre risultati esilaranti. Nel- l’intimità dello studio di Logue, dove l’etichetta reale non ha più alcun valore, il rapporto paritario tra terapeuta e paziente fa scintille e la strana coppia Firth-Rush dà il meglio di sé. Ma la pura meccanica non basta ad attenuare il terrore per quel microfono che dal 1925 incombe su Bertie come una minaccia e su cui l’obiettivo (deformante) di Hooper non cessa di indugiare con insistenza ossessiva.

Angolazioni inconsuete, inquadrature decentrate, campi-controcampi sfalsati, primi piani stretti fino al dettaglio: la regia di Hooper, mai banale né tantomeno fine a se stessa, si adopera a rendere tangibile il senso di angoscia di Bertie, oppresso dallo sguardo compassionevole di una folla che lo osserva in silenziosa attesa. Ma è dai dialoghi (brillanti) con Lionel che emergono i dettagli più intimi di una vita segnata dalla sofferenza fisica e psicologica, la vita di un re che si sente più vicino a quell’uomo comune di cui si rammarica di non sapere abbastanza, di cui invidia la normalità.

Dosando con maestria humour (britannico, of course), dramma storico e personale, il biopic incompleto di Hooper è in grado di racchiudere in 118′ di grande cinema il ritratto di uno dei sovrani più amati nella storia della monarchia britannica, cogliendone le molteplici sfumature: il difficile rapporto con il padre (Michael Gambon) e il fratello (Guy Pearce), l’amore per la moglie Elizabeth (un’ottima Helena Bonham Carter), sempre al suo fianco con piglio ironico e regale (perfino quando siede sullo stomaco del consorte) e, naturalmente, la straordinaria amicizia con Lionel, grazie alla quale affronterà la più ardua delle prove: il commovente discorso che dà il titolo al film.

Amante delle cromie fredde, Hooper si avvale della collaborazione di Danny Cohen alla fotografia, conservando lo stile visivo del fedele Ben Smithard, fiore all’occhiello di una pellicola logocentrica che alla parola non sacrifica mai la potenza delle immagini. L’originalità della regia, la puntualità dello script, l’eccezionale prova di un cast in perfetta forma e l’aggiunta delle splendide musiche del quattro volte candidato all’Oscar Alexandre Desplat fanno de Il Discorso del Re un’opera d’arte alla quale è difficile resistere.

Voto: 10

 

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