A Single Man

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A Single Man – Stati Uniti 2009 – di Tom Ford

Drammatico/Romantico – 99′

Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine: imdb.com)

30 novembre 1962. Sconvolto dalla morte del compagno di una vita, George Falconer, professore universitario nella Los Angeles degli anni ‘60, convive con il senso di perdita e di solitudine, assistendo impotente allo scorrere della sua esistenza: un interminabile susseguirsi di giornate che non vogliono saperne di volgere al termine, scandite dall’impercettibile movimento delle lancette su un orologio. Non c’è più nulla per cui valga la pena vivere e la meta è unica e agognata: la morte. Ma il confronto con un giovane e ambiguo studente porte George a riconsiderare le proprie decisioni.

A Single Man, sorpren​den​te​ opera prima dello stili​sta​ texa​no​ Tom Ford, avrebbe​ dovu​to​ rispec​chia​re​ fedel​men​te​ l’omo​ni​mo​ roman​zo​ di Christopher Isherwood, data​to​ 1964, a cui si ispira​ ma l’espe​rien​za​ perso​na​le​ del regi​sta​ permea​ lo script al punto da tradir​ne​ – sono le paro​le​ di Ford – e quasi ribal​tar​ne​ il senso.

Nella speran​za​ di conqui​sta​re​ la fama eterna​ che l’effi​me​ro​ mondo della moda non è in grado di offrir​gli,​ Tom Ford si rivol​ge​ al cine​ma,​ portan​do​ sul grande​ schermo​ la stessa​ elegan​za​ e lo stesso​ stile che gli hanno permesso​ di far rina​sce​re​ la Maison​ Gucci. Forte di un’este​ti​ca​ inappun​ta​bi​le​ e di un gusto per il detta​glio​ che sfiora​ l’osses​sio​ne,​ A Single Man racchiu​de negli impe​ne​tra​bi​li​ silen​zi​ e nei parti​co​la​ri​ regi​stra​ti​ dallo sguardo​ del prota​go​ni​sta​ l’ela​bo​ra​zio​ne​ di un lutto senza fine. I ricor​di​ fluisco​no​ dalla mente di George​ come diapo​si​ti​ve​ da un proiet​to​re:​ brandel​li​ di una vita insie​me,​ atti​mi​ di inti​mi​tà​ dome​sti​ca,​ foto​gra​fie​ in b/n che prendo​no​ vita; l’uso di detta​gli​ e primis​si​mi​ piani à la Michael​ Mann, irri​nun​cia​bi​le​ esercizio​ di stile, è a tal punto domi​nan​te​ da diven​ta​re​ quasi fasti​dio​so,​ un’intrusio​ne​ nella vita altrui,​ come spiare​ un amples​so​ dal buco della serra​tu​ra​.

La corri​spon​den​za​ tra il pensie​ro​ del regi​sta​ e la messa in scena è così immedia​ta​ da non lascia​re​ alcu​na​ perples​si​tà​ sulla dura​ta​ delle ripre​se​ (solo tre setti​ma​ne​ di lavo​ra​zio​ne)​ e la luci​da​ – ma mai steri​le​ – perfe​zio​ne​ del risul​ta​to​ ne è la dimo​stra​zio​ne​. Colin Firth offre, alla soglia​ dei cinquan​t’anni,​ una delle prove più memo​ra​bi​li​ della sua carrie​ra​ (Coppa Volpi a Vene​zia​ 2009) e il perso​nag​gio​ di George​ sembra​ cuci​to​gli​ addos​so​ come gli impec​ca​bi​li​ comple​ti​ che indos​sa​. Le perfor​man​ce​ di Firth e della Moore, di Goode e di Hoult, il montag​gio​ a inca​stro​ di Joan Sobel, le magnifi​che​ musi​che​ di Abel Korzeniowski, ogni cosa è glamour,​ inecce​pi​bi​le, raffi​na​tis​si​ma,​ come la confe​zio​ne​ di un gioiel​lo​ dal valo​re​ inesti​ma​bi​le:​ non una scato​la​ priva di conte​nu​to​ (“Perchè​ lo stile senza sostan​za​ non ha valo​re”)​ ma un univer​so​ di perce​zio​ni​ umane che si schiudo​no​ davan​ti​ agli occhi.

L’ame​ri​ca​ dei Sixties​ prende​ vita tra una gigan​to​gra​fia​ di Janet Leigh in Psycho e un pacchet​to​ di Lucky Strike​ compra​to​ in un bar sull’o​cea​no​ e l’atmo​sfe​ra​ rivi​ve​ nei costu​mi​ e nelle ambien​ta​zio​ni,​ ma è nel mono​lo​go​ di George​ ai suoi studen​ti​ che si cela la menta​li​tà​ dell’e​po​ca​. Sono gli anni di Cuba e della Guerra​ Fredda,​ ma anche del consu​mi​smo​ e della pubbli​ci​tà,​ che da Madi​son​ Avenue​ instil​la​ nella gente il desi​de​rio​ di compra​re​ ciò di cui non ha biso​gno​ (impos​si​bi​le​ non pensa​re​ ai Mad Men di Matthew Weiner e alla straordi​na​ria​ rico​stru​zio​ne​ stori​ca​ del serial​ AMC); gli anni della paura e della discri​mi​na​zio​ne,​ delle mino​ran​ze​ “invi​si​bi​li”​ che non devo​no​ turba​re​ il quieto​ buon vive​re:​ gli anni in cui una casa di vetro come quella​ di George​ non è adatta​ ad ospita​re​ due uomi​ni​ che non posso​no​ baciarsi​ in pubbli​co​.

Venti​quat​tro​ ore posso​no​ esse​re​ inter​mi​na​bi​li​ e George,​ novel​lo​ Leopold​ Bloom, lo sa meglio​ di chiunque​ altro. Il tempo non potreb​be​ esse​re​ più relati​vo​ e la sceneg​gia​tu​ra​ di Ford e David Scearce sa scandir​ne​ abilmen​te​ il ritmo: lenta e rare​fat​ta,​ quasi priva di dialo​go,​ subi​sce​ una drasti​ca​ svolta​ nel suo punto centra​le,​ colo​ran​do​si​ di ironia​ e legge​rez​za​. Il polve​ro​so​ grigiore​ della soli​tu​di​ne​ si riscal​da​ a contat​to​ con i ricor​di,​ grazie​ alla splendi​da foto​gra​fia​ cangian​te​ di Eduard Grau, e il passag​gio​ tra i due stadi è così repen​ti​no​ che si fati​ca​ a distin​gue​re​ ciò che è reale da ciò che è imma​gina​rio:​ i due istanti​ si compe​ne​tra​no​ e il calo​re​ degli atti​mi​ di vita vera (una nuota​ta​ nell’o​cea​no,​ un twist con Charley/​Julianne Moore, la migliore​ amica di sempre)​ esplode​ in una luce ritro​va​ta​.

La morte ha impre​gna​to​ così a lungo ogni ango​lo​ della sua esisten​za​ che è impos​si​bi​le​ per George​ non consi​de​rar​la​ un’allea​ta,​ così infe​de​le​ ed ironi​ca​ da compa​ri​re,​ come uno scherzo​ di catti​vo​ gusto, proprio​ quando​ la riela​bora​zio​ne​ del lutto sta lascian​do​ il posto ad una riva​lu​ta​zio​ne​ delle picco​le​ gioie della vita. E per quanto​ Tom Ford voglia​ scorge​re​ nel suo film uno spira​glio​ di otti​mi​sti​ca​ speran​za,​ rima​ne​ in bocca una sensa​zio​ne​ amara di fronte​ al foto​gram​ma​ su cui si chiude​ l’ulti​ma​ giorna​ta​ del suo uomo solo.

Voto: 9

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