Impiccalo più in alto

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Hang ‘em high – Stati Uniti 1968 – di Ted Post

Drammatico/Western – 114’

Scritto da Dmitrij Palagi (fonte immagine: imdb.com)

Jed Cooper viene scambiato per un assassino e ladro di bestiame. Un gruppo di cittadini decide di impiccarlo appena catturato, senza credere alla sua storia. Se ne vanno giudicandolo morto ma Jed riuscirà a sopravvivere, salvato da uno sceriffo locale. Ottenuta la stella di vice-sceriffo Cooper inizia la sua vendetta nel nome della giustizia statunitense.

1968, Sergio Leone è alle prese con C’era una volta il west. Eastwood rifiuta di parteciparvi e torna in Patria, acclamato da entrambe le sponde dell’oceano Atlantico. Secondo la leggenda il suo produttore giudicò un passo falso la scelta di andare a recitare in Per un pugno di dollari, un Malpaso che darà nome alla compagnia cinematografica di Clint.

Mai giudizio fu più errato, così come il nome in tale ottica può sembrare fuori luogo per una casa di produzione che accompagnerà l’attore nel corso della sua lunga carriera, costituendo la seconda tappa del suo percorso verso la leggenda.

Impiccalo più in alto è dunque il primo lungometraggio per Malpaso, che ha sede in un’omonima valle della California – questa probabilmente la reale etimologia. Rappresenta anche un punto a favore del vecchio continente, con il western americano che si traveste da spaghetti-western, tanto da indurre alcuni critici dell’epoca a ritenerlo un film italiano, nonostante la presenza di importanti attori anglofoni in ruoli anche secondari. A distanza di tempo non si fa fatica a riconoscerne la matrice statunitense, anche per la presenza di tematiche tipiche del lavoro di Eastwood. La giustizia mescolata a violenza e sete di vendetta è vestita su misura di Clint, che avrà voce in capitolo anche nella scelta del regista, quel Ted Post che lo aveva diretto in alcune puntate di Rawshide (la serie televisiva in cui aveva recitato prima dell’incontro con Leone).

Impiccato, colpito da più colpi di pistola, in mezzo al deserto con tre criminali… nulla pare poter arrestare la sete di vendetta, capace di resuscitare un essere umano e mandarlo avanti anche se morto emotivamente. La linearità della caccia all’uomo si infrange contro l’ambivalenza della legge, preoccupata di ciò che appare, più che del concetto di giustizia in sé.

La telecamera e la fotografia si muovono sui canali del realismo, con una cicatrice in mostra sempre pronta a ricordare come Jed Cooper sia ancora più duro dei cavalieri senza nome italici. La soddisfazione di vedere gli americani apprendere la lezione italiana, sul fronte del realismo, si blocca per la mancanza di epos. L’ambiguità di ciò che appare non fa pari con la mancanza di mistero, con l’assenza di un impianto teatralizzante che invece verrà recuperato in futuro dallo stesso Clint. La colonna sonora non disturba ma fatica a reggere un confronto con Morricone. La fotografia regala ottime sequenze, rendendo godibili le due ore della pellicola. Il valore del film verte quindi, quasi esclusivamente, sulla recitazione, incentrata su Eastwood ma ben sostenuta dall’impianto corale che gli sta intorno.

Un western al termine del quale resta difficile capire da che parte stare, se schierarsi con o contro la pena di morte. Capire qual’è il limite tra violenza, qui mai fine a sé stessa, giustificata (se mai esiste) e non giustificabile. Un tassello importante, nella riflessione di una società incapace di indagare realmente sé stessa, con cui Eastwood cercherà di fare i conti in tutta la sua produzione, abbandonando la poesia propria del vecchio continente.

Ted Post si dimostra regista capace, resta su canoni classici e dimostra la versatilità ai consigli dall’attore.

Tassello di passaggio importante. Piacevole, soprattutto per il gruppo di attori che si susseguono davanti alla cinepresa.

Sottovalutato.

Voto: 6

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