Nel paese delle creature selvagge

Where the wild things are – Germania/Australia/Stati Uniti 2009 – di Spike Jonze

Avventura/Drammatico/Familiare – 101′

Scritto da Fulvia Massimi (fonte Immagine: imdb.com)

Max, bambino dall’incredibile immaginazione, vive in un mondo tutto suo, fatto di igloo costruiti in giardino, barchette che navigano su mari di lenzuola e un buffo costume da gatto che indossa per “regnare” nella propria casa. Privato delle attenzioni della sorella maggiore e della madre Connie, troppo presa dal nuovo fidanzato,Max scappa di casa dopo un violento litigio e approda su un’isola popolata da strane creature parlanti dalle sembianze animalesche. I “mostri”, inizialmente intenzionati a farne la loro cena, decidono invece di farsi governare da quel piccolo ometto in cui sperano di trovare un antidoto a solitudine e tristezza. Ma rendere tutti felici è più difficile del previsto e Max non ci metterà molto a scoprirlo.

A sette anni dal suo secondo lungometraggio (Adaption – Il Ladro di Orchidee), il talentuoso Spike Jonze torna al cinema con una pellicola che taglia i ponti con i lavori precedenti, aprendo a nuove sperimentazioni (il cortometraggio Scenes From The Suburbs, realizzato in collaborazione con la rock band canadese Arcade Fire). Abbandonate le riflessioni metafilmiche del geniale Essere John Malkovich e i patemi d’animo dello sceneggiatore “sdoppiato” Charlie Kaufman in Adaption, Jonze rispolvera un classicoamericano della letteratura per bambini, portando sul grande schermo l’omonimo libro illustrato di Maurice Sendak, Where The Wild Things Are, pubblicato nel 1963 e già fonte d’ispirazioneper un corto animato di Gene Deitch del ‘73.

Virtuoso della macchina da presa, Jonze realizza una pellicola che rasenta la perfezione, di una bellezza che trova nelle immagini più che nelle parole la sua concretizzazione. L’adattamento di Dave Eggers (coadiuvato dallo stesso regista) rispetta la struttura narrativa da “fiaba” (inquietante e ma-linconica oltre che spensierata) alla Lewis Carroll o alla Frank Baum: Max, come Alice e Dorothy prima di lui (e come la Coraline di Neil Gaiman più recentemente), fugge da una realtà da cui si sente tagliato fuori, trovando rifugio in un mondo paranormale che sembra il frutto dei suoi più recon- diti desideri solo per accorgersi che è Casa l’unico posto dove vuole torna- re. Le avventure in un mondo fantastico, dove la libertà è totale e non ci sono barriere al gioco e al divertimento, sono belle finché durano poco e hanno il compito di fornire un preciso insegnamento.

Le creature selvagge dentro il cui abbraccio caldo Max resterebbe in eterno sono forse semplici amici immaginari (come la staccionata cui il bambino si rivolge all’inizio del film) o più probabilmente rielaborazioni di perso- naggi reali, a partire dalla dolce K.K. (unico personaggio interamente “buono” del film), versione “selvaggia” di Connie, la madre affettuosa che Max rischia di allontanare da sé con il suo comportamento “senza control- lo”, quello stesso comportamento che viene rimproverato a Carol, il gigante buono, bisognoso di attenzioni e di un amore totalizzante che vada oltre i suoi difetti (e che altri non è se non l’alter ego del piccolo protagonista).

Il titolo originale è allora rivelatore: dove sono le cose selvagge? Ce n’è una in ognuno di noi, recita la locandina del film, e Max lo comprende meglio di chiunque altro: ammettendo di non sapere se ci sia davvero una parte negativa dentro di sé scopre la sua creatura selvaggia, quella che, all’inizio del film, lo fa correre per casa come un indemoniato, armato di forchetta, all’inseguimento del suo cane. Nel Paese delle Creature Selvagge non si limita, dunque, alla semplicistica riduzione fiabesca e si configura soprattutto come un saggio straordinario sulle potenzialità della fantasia infantile e di ciò che un bambino può fare (e costruire) con la sola forza dell’immaginazione.

Assistere allo spettacolo creato da Spike Jonze (con l’apporto di collabora- tori eccelsi) è un’esperienza unica, che fa tornare bambini quelli che non lo sono più: come rompere la superficie dell’acqua e riempirsi i polmoni d’os- sigeno per la prima volta o osservare il mondo con gli occhi nuovi del neo- nato per cui ogni cosa è una scoperta. Ma è anche un’esperienza profonda-mente adulta, matura, che permette allo spettatore accorto di capire esatta- mente cosa significhi la parola ‘arte’ applicata al cinema.

Le scenografie di K.K. Barrett tolgono il fiato (la costruzione del forte è un capolavoro architettonico), scivolando senza soluzione di continuità tra i paesaggi più variegati e trasformando l’isola in un universo sfaccettato e inesauribile, ma il vero gioiello della pellicola è la sublime fotografia di Lance Acord (vecchia conoscenza sia di Jonze che dell’ex-moglie Sofia Coppola), vero e proprio direttore d’orchestra capace di creare la sinfonia luminosa perfetta per ogni situazione climatica e temporale. Le musiche composte da Carter Burwell e Karen Orzolek (nella soundtrack anche la splendidaWake Up degli Arcade Fire in versione strumentale)- mescolanza di melodie leggere e spensierate, suoni della natura, rumori, sussurri, voci di bambini – costituiscono, poi, la colonna sonora ideale per una pellicola dalle atmosfere sognanti e a tratti minacciose.

Le creature selvagge, capolavoro d’animazione tutta artigianale, danno vita ai personaggi, teneri e insieme inquietanti, partoriti dalla mente e dalla matita di Sendak. Le illustrazioni dell’autore americano vengono sbalzatedalla pagina come un libro pop-up magicamente animato, grazie anche ad un accurato lavoro di doppiaggio sia nella versione italiana (Pierfrancesco Favino in testa nel “ruolo” di Carol) che in quella originale: il carnet di attori hollywoodiani che hanno prestato la loro voce a Carol & Co. merita decisamente di essere ascoltato (oltre al ‘soprano’ James Gandolfini, il

giovane Paul Dano, Lauren Ambrose, Catherine O’Hara, Chris “Frank Fitts” Cooper e l’immenso Forest Whitaker). Nel mondo “reale” l’esplosiva esuberanza di Max Records unita alla dolcezza del suo sguardo infantile e del suo visetto appuntito domina incontrastata,mentre Catherine Keener, affezionata presenza nelle pellicole di Jonze (Essere John Malkovich le garantì una nominationall’Oscar nel ‘99), si ritaglia poco più di un cameo.

Voto: 8

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